Redatto da: Cinzia Montuori

 

CENNI DI PSICOLOGIA DELLO SPORT

 

 

La psicologia dello sport nasce in Italia nel 1965, anno in cui si svolse a Roma il primo congresso promosso dalla Federazione Italiana di Medicina Sportiva. In realtà, i primi studi si collocano anteriormente a questa data, tanto che il Congresso fu preceduto da un lungo lavoro di censimento finalizzato a rintracciare i pionieri della materia. In quella occasione, convennero quasi cinquecento studiosi da trentasette nazioni e fu costituita la Società Internazionale di Psicologia dello Sport (I.S.S.P.). Durante il terzo Congresso, svoltosi a Madrid nel 1973, si diede vita alla Federazione Europea (F.E.P.S.A.C.), e nell’anno successivo (1974) all’Associazione Italiana di Psicologia dello Sport (A.I.P.S.), con sede a Roma presso l’Istituto di Medicina dello Sport.

Così brevemente ricostruito il percorso della psicologia dello sport, che si delinea in Italia come materia di studio relativamente giovane, vediamo quale sia la definizione che ne dà l’A.P.A. (American Psychological Association), definizione che costituirà il punto di partenza e il presupposto per una serie di considerazioni e riflessioni, con l’intento di scoprire tale disciplina del velo che ancora la ricopre.

La psicologia dello sport è uno studio scientifico dei fattori psicologici che sono associati alla partecipazione e alla prestazione nello sport, all’esercizio e ad altri tipi di attività fisiche. Gli psicologi dello sport sono orientati verso due principali obiettivi: (a) aiutare gli atleti a utilizzare principi psicologici per aumentare la performance e (b) comprendere come la pratica sportiva, l’esercizio e l’attività fisica influenzino lo sviluppo psicologico, la salute e il benessere dell’individuo attraverso il ciclo di vita”(1).

Due, pertanto, sono i grandi campi di applicazione della psicologia dello sport.

Il primo riconosce come oggetto di conoscenza e come meta dell’intervento la prestazione, e, più precisamente, il miglioramento della performance. L’Association for the Advancement of Applied Sport Psychology sostiene che nel corso degli ultimi decenni la psicologia dello sport ha attirato su di sè un crescente interesse da parte di atleti, allenatori, dirigenti, familiari, mass media, tutti concordi sul fatto che gli aspetti psicologici esercitino una grande influenza sulle prestazioni. Non solo, ma sarebbero proprio le variabili intra e interpersonali, motivazionali ed emozionali prima di tutto, a fronte di una preparazione fisica ormai omologata, indifferenziata e globalizzata, a determinare il rendimento dell’atleta, la vittoria, la sconfitta, il podio e la classifica. I motivi, infatti, che spingono a rivolgersi a uno psicologo dello sport sono proprio il miglioramento della prestazione, il superamento della pressione nella competizione, l’insegnamento agli allenatori volto ad aumentare la soddisfazione nei propri atleti, cui si aggiunge l’assistenza psicologica nel recupero e nella riabilitazione degli infortuni.

Il ruolo dello psicologo consiste, in una prima fase, nella valutazione dell’atleta, della sua personalità, della sua stabilità e del suo clima emotivo, della sua capacità di resistenza alle frustrazioni, del suo mondo relazionale, al fine di ottenere un quadro più completo e rappresentativo possibile della persona. In seguito, l'esperto in psicologia dello sport interviene nella preparazione dell’atleta, consapevole che la tensione emotiva riduca, se non addirittura inibisca le capacità atletiche. Il suo compito sarà, pertanto, aiutare l’atleta a tollerare gli stati emotivi, la tensione e, in modo particolare, l’ansia, elicitati dal contesto agonale, al fine di riappropriarsi di un funzionale equilibrio psicofisico necessario e indispensabile a una buona prestazione. Si tratta di terapie suggestive (mental training, training autogeno, ipnosi, rilassamento progressivo, self-talk, tecniche di programmazione neuro-linguistica), di derivazione cognitivo-comportamentale, all’interno di un setting individuale e/o gruppale, che sviluppano nell’atleta quelle abilità psicologiche che gli consentano di ridurre, gestire e contenere stati emotivi negativi e contrari alla performance, e che, accanto alle abilità motorie, contribuiscano al conseguimento dell’eccellenza nella pratica sportiva.

L’oggetto dell’intervento non è solo il singolo atleta, ma può essere la squadra nella sua interezza; ciò che si persegue è la maggiore coesione nel gruppo, passando attraverso la comunicazione, l’accettazione prima e l’adesione poi alle norme e la chiarezza dei ruoli. Quindi, lo psicologo, che agisce in tale ambito, diventa quasi un “educatore” all’interno di un modello non clinico. È opportuno, a questo punto, evidenziare un frequente fraintendimento: l’atleta viene indirizzato allo psicologo dello sport a motivo di un peggioramento della prestazione e non a causa di un disagio personale che, sovente, non viene riconosciuto o considerato, ma negato o scotomizzato. L’atleta non è immune dalle difficoltà psicologiche che affrontano gli esseri umani: ansia, rabbia, depressione, disturbi affettivi, problemi familiari, stress, per non parlare di problemi ben più gravi quali disturbi alimentari, abuso di sostanze e violenza domestica. La differenza è che il mondo dello sport raramente lascia il tempo e lo spazio per la loro elaborazione, risoluzione e superamento. Ciò avviene a causa del carattere di immediatezza dell’eccellenza della prestazione a fronte di un mondo che corre vorticosamente in avanti, incapace di aspettare e di accogliere chi rimane indietro. Lo psicologo interviene fornendo programmi di assistenza, sostegno e supporto rispetto a problemi clinici, programmi di prevenzione in termini di gestione dell'aggressività, dello stress e programmi di formazione per preparare gli atleti alla vita dopo lo sport: sempre e comunque lavorando in équipe, accanto all’allenatore, al preparatore atletico, al medico dello sport e alla dirigenza, ognuno con il proprio ruolo e con le proprie competenze.

E, nello svolgere il suo compito, lo psicologo dello sport deve essere costantemente guidato dal primario interesse per l’atleta in quanto, prima di tutto, soggetto, ricordando che non è la persona a essere al servizio dello sport, bensì lo sport al servizio della persona. Al fine di poter ottimizzare i punti di forza e le aree di miglioramento dell’atleta è necessario valutare costantemente i suoi progressi nello sviluppo delle abilità mentali attraverso l’impiego di feedback attendibili e misurabili, l’ascolto di eventuali suggerimenti dell’atleta e la disponibilità ad apporre eventuali modifiche al programma.

 

L’interesse per la salute dell’atleta ci introduce al secondo campo di applicazione della psicologia dello sport che assume l’attività fisica quale veicolo di benessere fisico, psicologico e sociale. Una buona pratica sportiva si accompagna a livelli di benessere psico-fisico soddisfacenti, costituisce una valida azione preventiva nei confronti di numerose patologie e, in particolare, nell’ambito dell’età evolutiva, rappresenta una determinante esperienza di crescita individuale e di socializzazione, divenendo momento indispensabile in grado di favorire un armonico affrancamento dalle primarie identificazioni genitoriali, rinforzando le proprie rappresentazioni di sé, l’autostima, la fiducia e, in ultima analisi, un significativo rapporto con il mondo esterno.

Uno stile di vita che contempli una pratica sportiva adeguata favorisce il mantenimento di un buon livello di salute, oltre che promuovere lo sviluppo di sane relazioni interpersonali. Ci ritroviamo, qui, nella dimensione della psicologia della salute, ovvero di quell’insieme di contributi che concorrono allo sviluppo e al mantenimento della stessa, alla prevenzione e alla cura delle patologie, all’identificazione dei correlati della salute e della malattia e alla conseguente progettazione di interventi e di corsi di formazione.

All’interno di un paradigma concettuale in cui la salute non deve più essere intesa come assenza di patologia, quanto, piuttosto, come stato  bio-pscio-sociale positivo caratterizzato da benessere, definito come la possibilità per la persona di vivere al più alto livello possibile, adoperandosi per ottenere lo stesso negli altri, ne consegue uno stravolgimento del ruolo dell’individuo, che da soggetto passivo in relazione con la malattia come altro da sé diventa soggetto attivo, in posizione dinamico-evolutiva, teso al pieno sviluppo, mantenimento e utilizzo delle sue potenzialità, capacità e risorse. E lo sportivo, indipendentemente dal livello in cui si colloca la sua pratica, dovrebbe incarnare la più limpida manifestazione realizzata di tale modello: invece di assumere un atteggiamento di statica attesa, si impegna in un movimento verso la realizzazione di se stesso, definendosi come attore consapevole e agente attivo della propria salute.

Lo sport, qualora inteso in senso corretto, senza sforare nell’eccessiva esasperazione, è una forma di tutela della salute fisica e psichica, strumento globale  di intervento (prevenzione, cura e riabilitazione) verso disturbi sia somatici che mentali. A titolo d’esempio, basti pensare al fondamentale contributo che la pratica sportiva fornisce alla riabilitazione fisica e/o psichica; al reinserimento e all’integrazione di soggetti devianti (2); alla rieducazione sociale e allo sviluppo di un sano equilibrio psichico. Lo sport permette, infatti, la scarica della tensione, la soddisfazione sublimata dell’aggressività, la compensazione a un angoscioso sentimento di inferiorità e di insufficienza; contribuisce alla costruzione, all’adattamento e al rafforzamento dell’Io e alla socializzazione. E, questo, a condizione che l’attività fisica sia sempre accompagnata e associata alla dimensione ludica, capace di relativizzare qualsivoglia risultato conseguente alla prestazione e in grado di mantenere l’attività a un livello umano, cioè consapevole e rispettoso dei propri limiti.

L’intervento dello psicologo dello sport si sostanzia nello sviluppare programmi di riabilitazione, rieducazione e reinserimento, nel progettare corsi di formazione che educhino e sensibilizzino a una sana e corretta pratica fisica e nel fornire, ovviamente, sostegno psicologico. Nell’ambito di una concezione di sport per tutti, inteso come sport per tutte le età, senza rinunciare a ritenere atleti coloro che non possono più o mai hanno potuto o voluto raggiungere risultati di vertice, lo psicologo deve vigilare affinché non si ritorcano contro il soggetto gli apporti positivi connessi alla pratica fisica, che da strumento di benessere si trasforma in occasione di malessere e di disagio.

I due vertici appena indicati non rappresentano schemi interpretativi della psicologia dello sport tra loro contrari e mutualmente escludentesi, bensì si strutturano come due piani, due dimensioni che si incontrano, si intrecciano e interagiscono. È sufficiente pensare che la prestazione di un atleta dipende, tra le altre variabili, dal livello di benessere, che, nello specifico contesto, potrebbe originare da inconsci nodi conflittuali dipanati, sciolti o, al contrario, aggrovigliati. La scarsa informazione, l’adesione a modelli di comportamento scorretti, svolgere attività fisiche senza le precauzioni necessarie, aumentare l’impegno agonistico in modo inadeguato, cedendo a pressioni ambientali di varia natura, esporre il proprio organismo a pratiche sportive incongruenti, utilizzare integratori e preparati  in modo improprio senza un controllo medico e/o specialistico, fare uso di sostanze dopanti; e ancora, le distorsioni nelle relazioni tra l’atleta,  i genitori, i  suoi tecnici, i dirigenti o tra i pari, possono incidere negativamente su un armonico sviluppo psicofisico e, quindi, anche sulla qualità della performance. Si può concludere affermando che “la mente più istruita, colta, aperta e creativa è appesantita dall’inerzia del corpo, mentre il corpo più allenato, vigoroso e forte necessita di essere animato da una mente equilibrata” (3).

Accanto a quelli sovradescritti, è presente un ultimo campo di applicazione della psicologia dello sport: la ricerca, finalizzata all’aumento e all’accrescimento delle conoscenze. Gli argomenti oggetto di studio sono innumerevoli e dipendono dall’interesse del ricercatore, dalle esigenze emergenti dal contesto sociale e dalla committenza: psicomotricità, motor skill, motivazioni, apprendimento motorio, percezioni, influenza del movimento sullo sviluppo di determinate componenti dell’intelligenza, personalità, emozioni, tensioni, ansia, stress e tecniche per la loro gestione, stati dell’umore, interazioni, dinamiche di gruppo negli sport di squadra, preparazione mentale, burn-out. Senza chiaramente tralasciare quella fondamentale parte della ricerca che guarda con maggior interesse alle conseguenze positive o alle ricadute negative dello sport sul contesto sociale.

 

Riassumendo, lo psicologo dello sport ha tre campi privilegiati di intervento: la ricerca, la psicologia della salute, la preparazione e il sostegno agli atleti. Ambiti diversi, ma tutti ugualmente uniformati e improntati dallo stesso atteggiamento etico che deve suggerire e formare ogni intervento. Concetti quali riservatezza, privacy, chiara definizione dei ruoli, obiettività, consenso informato, tutela del cliente; meritare la sua fiducia, possedere le competenze adeguate a rispondere alla sua domanda, coscienti dei limiti del proprio sapere, saper fare e saper essere; e, infine, usare con giustizia il proprio potere secondo i tre principi neminem laedere (non provocare danno), suum cuique tribuere (rispettare l’autonomia e la dignità del cliente, non usandolo a proprio vantaggio) e honeste vivere (vivere con decoro e dignità consoni alla professione), ebbene tutti questi sono presupposti che devono ispirare e dettare la condotta dello psicologo, indipendentemente dal campo di azione e dal modello teorico di riferimento.

 

 

Modalità di Intervento

 

Il programma di allenamento mentale prevede la possibilità di massimizzare lo sviluppo di un insieme di abilità di base, tra loro interdipendenti, come ad esempio l’immaginazione (imagery o visualizzazione), l’autoregolazione dell’attivazione (arousal), la gestione di ansia e stress, il controllo dell’attenzione/concentrazione e del pensiero, formulazione di obiettivi (goal setting).

 

Goal Setting

 

Un programma di allenamento per essere efficace non può essere improvvisato, ma prevede la definizione di mete significative per l’atleta o la sua squadra, considerate chiare e realistiche, raggiungibili in periodi di tempo definiti (stabiliti: breve, medio, lungo), e modificabili in itinere in funzione di sotto-obiettivi raggiunti, e di conseguenza anche valutabili/misurabili. Esso include anche la pianificazione di strategie per il raggiungimento delle mete stesse.

 

Attenzione e Concentrazione

 

La concentrazione può essere definita come l’abilità di controllare l’attenzione orientandola in modo efficace a seconda della situazione. Tale abilità non è innata ma può essere allenata attraverso diverse strategie (self talk, imagery, thought stopping) volte a favorire le condizioni ottimali per la migliore performance.

 

Gestione dello Stress

 

Lo stress è il risultato di uno stato di tensione costante che coinvolge contemporaneamente corpo e mente e che induce una spiacevole sensazione di stanchezza, facile irritabilità, ipereccitazione o depressione, difficoltà a prender sonno, incapacità di concentrazione, ma anche tachicardia, ipertensione, eccessiva sudorazione ecc. Per questi motivi il termine "stress" ha assunto una valenza negativa, ma un certo grado di stress presenta aspetti vantaggiosi per l’organismo perché lo rende attivo nell’affrontare problemi e situazioni nuove. Esistono diverse strategie per gestire le situazioni vissute come stressanti tra cui il training autogeno (TA), il rilassamento progressivo (self talk), il goal setting, tutte inserite in un piano di allenamento mentale con il fine ultimo di aumentare la fiducia in se’ e imparare ad auto-regolare la prestazione.

 

IL BIOFEEDBACK

 

Con l’ausilio del biofeedback, apparecchiatura di registrazione che permette di rilevare diverse funzioni psico-fisiologiche tra cui la conduttanza cutanea, la frequenza cardiaca e la tensione muscolare e di convertirle in segnali esterni (acustici e visivi) così che il soggetto abbia una percezione immediata del suo stato fisiologico, sono stati ottenuti buoni risultati.

Attraverso un adeguato training è possibile insegnare all’atleta a rilassarsi e/o attivarsi volontariamente (consapevolezza della condizione psico-fisica), utilizzando strategie specifiche individuate e sviluppate con l’aiuto dello psicologo dello sport. Ciò permette all’atleta di gestire le risposte fisiologiche incrementando così la fiducia in se e la sensazione di riuscire ad affrontare in modo efficace le situazioni stressanti. Tale tecnica sembra particolarmente adatta per gli atleti di alto livello poiché sono abituati a prestare particolare attenzione alle loro prestazioni fisiche e ai feedback immediati già durante i loro allenamenti.

Varie ricerche (4) dimostrano come la tecnica del biofeedback sia efficace nel trattamento dell’ansia da prestazione, per ridurre il dolore e la fatica, per regolare la frequenza del battito cardiaco (gestione dello stress), per l’incremento della muscolatura e per aumentare la flessibilità, soprattutto se affiancato da altre tecniche consolidate per il rilassamento e l’attivazione, come l’imagery e il training autogeno.

 

           

L'applicazione del biofeedback nella psicofisiologia dello sport e nell'allenamento

 

La pertinenza degli interventi di biofeedback nella preparazione atletica può essere ricondotta allo stesso “principio psicofisiologico” (5) che stabilisce come ad ogni cambiamento fisiologico sia associato un parallelo cambiamento nello stato mentale ed emozionale e, viceversa, ad ogni cambiamento nello stato mentale ed emozionale, conscio o inconscio, sia associato ad un cambiamento adeguato e corrispondente nello stato fisiologico. Il biofeedback è un procedimento attraverso cui il soggetto impara a riappropriarsi della capacità di controllare e di poter influenzare le proprie risposte fisiologiche (6) attraverso una retroazione psicofisiologica e una maggiore propriocezione. La psicologia dello sport si è interessata al biofeedback sin dai primi anni ’80 applicandolo inizialmente sia per indurre delle modificazioni nello stato di attivazione degli atleti che come ricerca applicata in questo campo per individuare le condizioni psicofisiologiche associate al miglioramento della prestazione sportiva.

 

La tecnica

 

Secondo la definizione di Zaichkowsky e Takenaka (7), il termine Biofeedback  (ovvero “informazione biologica di ritorno” o “retroazione biologica”) indica un insieme di tecniche atte a fornire al soggetto informazioni sui processi fisiologici del proprio organismo fornite da sensori e transduttori, attraverso la loro amplificazione e traduzione in segnali percepibili sensorialmente. La consapevolezza dei propri stati interni, acquisita dal soggetto mediante tali tecniche, è finalizzata al conseguimento di un migliore autocontrollo di quelle variabili fisiologiche che sono coinvolte nella funzione sulla quale si vuole imparare a influire. Le procedure di biofeedback implicano quindi l’utilizzo di apparecchiature atte ad amplificare e convertire le variazioni dei processi fisiologici interni in segnali esterni (acustici, visivi) che siano proporzionali alla loro intensità e che consentano al soggetto una percezione immediata delle proprie condizioni biologiche (tensione muscolare, temperatura cutanea, attività delle onde cerebrali, risposta psicogalvanica, pressione sanguigna, frequenza cardiaca). Si tratta di uno strumento indispensabile per l’intervento di condizionamento, attraverso il quale il soggetto può seguire l’andamento delle proprie variabili somatiche, altrimenti non percepibili. Lo psicologo può allora somministrare un rinforzo positivo (concreto, verbale o di altra natura) per ogni variazione in senso favorevole del segnale connesso al sintomo-bersaglio. Si può, ad esempio, evidenziare con un segnale grafico o acustico la diminuzione del potenziale elettrico dermico connessa alla riduzione dello stato d’ansia per effetto di tecniche di rilassamento. Il soggetto così condizionato tenderà a ripetere attivamente il comportamento che ha prodotto l’effetto di rilassamento ogniqualvolta percepirà un aumento del segnale d’ansia. Seguendo il processo di apprendimento di cui s’è detto, tenderà poi a generalizzarne l’impiego nelle altre situazioni che presentino stimoli-controllo ansiogeni, finché tali stimoli divengano essi stessi evocatori di risposte di rilassamento.

 

Elementi tecnici essenziali

 

L’efficacia dell’intervento con BFB è condizionata peraltro da vari elementi tecnici relativi all’acquisizione dei dati, all’ambiente e agli strumenti, alla scelta del tipo di trattamento, all’impostazione della prima seduta e all’identificazione del baseline, alla condotta delle sedute successive, al loro numero e frequenza, agli esercizi che il paziente deve svolgere per proprio conto.

Il metodo di acquisizione dati si sceglierà in funzione degli scopi del trattamento (prestazione, ricerca, ecc.), della funzione fisiologica osservata e, naturalmente, della strumentazione disponibile. Sono preferibili strumenti con display digitali a quelli analogici, idonei più a fornire l’immagine immediata dell’andamento di una funzione.

La scelta del trattamento avviene previa discussione collegiale dello staff (psicologo, tecnico, medico, atleta) che, alla luce dello scopo prefisso e delle eventuali controindicazioni, individua quali funzioni monitorare e con quali modalità (ad es. temperatura cutanea (T) o conduttanza dermica (GSR), EMG frontale seguito o meno da EEG Theta feedback, ecc.). Durante la prima seduta, si illustrano con la massima chiarezza e completezza il piano di trattamento e gli strumenti che saranno utilizzati, sottolineandone l’innocuità, si impartiscono le istruzioni per l’uso di attrezzature e la compilazione dei questionari, si confermano gli orari. Si dovranno accertare comprensione e motivazione da parte del soggetto, chiarendogli il ruolo tipicamente attivo che dovrà sostenere nell’intervento e incoraggiandolo a chiedere chiarimenti e a verbalizzare dubbi, atteggiamento verso le attrezzature e contenuti cognitivi sull’esito del trattamento. Assieme al vero e proprio training, la verifica e la discussione delle convinzioni del soggetto sul BFB e sui propri disturbi costituiscono infatti un aspetto fondamentale dell’intervento. Si opera quindi la prima registrazione dei dati elettrofisiologici di base, illustrandone dettagliatamente al soggetto funzione e modalità di rilevamento. La registrazione del baseline, che costituisce l’indispensabile riferimento per l’andamento del trattamento e della capacità di autocontrollo del soggetto, andrebbe estesa a più processi fisiologici oltre a quelli che saranno oggetto di feedback e dovrebbe possibilmente essere reiterata nelle tre prime sedute, senza comunicarne i valori al soggetto. Per economia o in carenza di tempo, può essere fatta una sola volta e integrata con i valori rilevati all’inizio della prima seduta successiva. Il pattern di risposte dovrebbe essere rilevato sia in condizioni di rilassamento e sia con somministrazione di stressor sperimentale (ad es. operazioni matematiche). Gli elettrodi per EMG e EEG feedback, sui quali viene disposta l’apposita pasta elettrolitica, si applicano previa pulizia della cute. I termistori per il feedback della temperatura e gli elettrodi per il GSR si applicano invece a secco. Prima dell’inizio della seduta, si somministra un questionario di autovalutazione dell’ansia (o specifico) ed eventualmente si misurano pressione arteriosa e frequenza cardiaca. Questi tre rilevamenti andranno ripetuti al termine delle seduta. Si fa quindi assumere al soggetto una posizione confortevole e si somministra il segnale di feedback dei ritmi EEG, della tensione muscolare, e/o delle altre variabili da monitorare, per 20-30 minuti, frazionandolo in brevi periodi di 6 minuti intercalati a pause senza feedback di 1 minuto. Al termine della seduta, dopo la ripetizione dei rilevamenti iniziali e la rimozione dei sensori, si commenta l’andamento del trattamento con specifica attenzione ai vissuti del soggetto in merito alle variazioni elettrofisiologiche e alle strategie adottate per controllarle, nonché agli avvenimenti dei giorni precedenti, agli esercizi svolti per proprio conto e alle sue condizioni psicofisiche in genere. Saranno impartite istruzioni al soggetto per assicurare l’uniformità di condizioni tra la seduta di baseline e quelle successive, nelle quali il solo nuovo elemento inserito sarà ad esempio il feedback.

Le istruzioni fornite al soggetto nella prima seduta di feedback sono di fondamentale importanza e devono mirare soprattutto a non rafforzare il suo prevedibile scetticismo sulle proprie capacità di controllo e sugli esiti del trattamento. Si dovrà chiarire che non ci si attendono risultati fin dall’inizio e che il solo scopo è la familiarizzazione con i segnali e le loro variazioni. Nelle sedute successive si stabiliranno con prudente gradualità i collegamenti tra l’andamento del segnale e gli stati interni e le istruzioni tenderanno specificamente ad incoraggiare il controllo sulle funzioni vegetative, sia in aumento che in diminuzione, indi la loro variazione nel senso desiderato. Per assicurare uniformità e confrontabilità dei trattamenti, si dovrebbero utilizzare istruzioni standardizzate. Il numero standard consigliato è di 20 sedute, esclusa quella di baseline, con una frequenza ottimale iniziale di 3 alla settimana e minima di 2. Nella fase finale, le sedute vengono diradate a frequenza settimanale per 1 mese e quindicinale per quello seguente e quindi seriate ogni 2-6 mesi per il richiamo durante il follow-up. Qualora nelle ultime sedute si intravedano segni di miglioramento non del tutto consolidato, il trattamento può essere prolungato.

Poiché lo scopo dell’intervento è il trasferimento delle capacità di controllo alla vita di ogni giorno, la pratica a casa delle risposte apprese è di importanza capitale fin dall’inizio delle sedute. Gli esercizi consistono nella ripetizione dei comportamenti esplicati in laboratorio, senza l’ausilio del feedback ma talora con il supporto di istruzioni registrate per esercizi che seguono i principi del training autogeno, del rilassamento progressivo e simili. Le esercitazioni dovrebbero essere svolte due volte al giorno, per la durata di 15-20 minuti, in momenti tranquilli, ma non di sonno o stanchezza, e dovrebbero proseguire per almeno 4-6 mesi per consolidare gli effetti del trattamento.

 

 

I principi dell’impiego clinico

           

Varie ricerche hanno avviato l'analisi sistematica delle possibilità di controllo volontario delle variabili fisiologiche attraverso tecniche di BFB e si sono moltiplicati gli studi sul significato cognitivo ed emozionale dei ritmi elettrici cerebrali e sulla possibilità del loro controllo volontario, attraverso l’intervento sugli stati interni e sui ritmi alfa. Il controllo volontario avviene tramite opportuno addestramento sulla base della continua informazione al soggetto su tipo e quantità dei parametri psicofisiologici. Lo stato di rilassamento ottenuto dimostra, a prescindere dall’entità del diretto effetto terapeutico, la possibilità di agire sullo stato emozionale e sulle condizioni fisiologiche attraverso il controllo in feedback di funzioni usualmente considerate automatiche e involontarie. Vari studi, condotti anche su animali e su soggetti gravemente destrutturati, hanno dimostrato che variabili cognitive, quali consapevolezza, motivazione e comprensione, non hanno ruolo in questi processi di apprendimento per condizionamento operante, che risultano influenzati soltanto da quelle che interferiscono col potenziale di condizionabilità del soggetto, ossia dalle peculiarità fisiologiche del sistema nervoso centrale che ne caratterizzano la personalità. Sussistono, infatti, difficoltà ad identificare i fattori degli effetti terapeutici del biofeedback e a fare una netta distinzione tra quelli dovuti ai fattori tecnico specifico, psicoterapeutico aspecifico e placebo. La sinergia tra questi fattori dipende dalle caratteristiche particolari del biofeedback, quale tecnica di apprendimento al rilassamento muscolare o di controllo di un condizionamento operante sulle funzioni cosiddette autonome, che può produrre risposte di arousal ed effetti terapeutici estremamente variabili.

Nel BFB si utilizza il principio di apprendimento tramite rinforzo positivo, caratterizzato da stimoli maneggevoli, somministrabili tempestivamente e nella minima intensità necessaria per evitare la saturazione, nonché fortemente selettivi del comportamento da rinforzare (goal), che immediatamente li precede, rendendolo gradevole o comunque appetibile per il soggetto e quindi accrescendone la probabilità di verificarsi. Il rinforzo può essere erogato con continuità secondo un programma fisso oppure seguendo un più flessibile e naturale schema intermittente, in funzione delle caratteristiche di durata, frequenza ed entità degli intervalli di presentazione nello specifico comportamento (target behavior) che si intendono rinforzare, in aumento o in riduzione.

Durante il trattamento di BFB si rilevano continue modificazioni cognitive: imparando a riconoscere le proprie risposte fisiologiche (tensione muscolare, frequenza cardiaca, ecc.) e a controllarle con l’aiuto dello strumento segnalatore, il soggetto compie nuove attribuzioni alle emozioni provate, migliora le capacità di valutazione dei propri stati interni e incrementa le aspettative di autocontrollo nelle situazioni ansiogene il cui significato psicologico percepito, più che le  conseguenze fisiologiche, è il principale responsabile delle alterazioni adrenocorticali connesse allo stress.

           

Impiego terapeutico e applicazioni cliniche

 

 

La terapia di BFB interviene sulla sfera cognitiva in tre fasi successive: di  concettualizzazione, di training e di trasferimento dal laboratorio alla realtà.

Nella prima fase, il soggetto viene informato sul metodo di lavoro, ne viene evidenziata la motivazione alla terapia e la necessità della sua attiva partecipazione e del rigoroso rispetto delle procedure di training. Si mette in luce il significato che egli attribuisce ai propri disturbi, come li concettualizza e quale importanza attribuisca loro.

Dopo che l’indagine ha individuato le situazioni ansiogene per il soggetto, le definizioni che egli ne dà nonché il livello di informazioni che possiede sul proprio stato di tensione e sulla sua evoluzione prima e dopo il verificarsi della situazione temuta, si passa alla fase di training. Anzitutto, perciò, si chiede al soggetto di distogliere l’attenzione dai propri stati interni somatici e cognitivi, rilassandosi e non pensando a nulla, per allontanarlo dalle irrazionali aspettative sui suoi sintomi e sulla possibilità di controllarli. Il terapeuta interviene allora illustrando i meccanismi funzionali della strumentazione per il BFB e guidando la formazione di convinzioni positive sugli effetti del trattamento e sulla loro utilità nell’affrontare le situazioni ritenute pericolose. Le spiegazioni corrette su quanto sta accadendo o può accadere agiscono così sugli stati interni del soggetto (dialogo interno, immaginazione e fantasie) e lo rendono gradualmente consapevole della propria capacità di esercitare anche su di essi un controllo prima ritenuto impossibile. L’addestramento ricevuto in laboratorio trova applicazione ai problemi reali attraverso l’atto cognitivo di ridefinizione del sintomo in termini di percezioni personali (es. tensione di un muscolo) anziché di stati generici (es. ansia). Il sintomo così identificato può allora essere affrontato con le tecniche apprese in laboratorio e, col crescere della fiducia nel successo, la situazione ad esso associata perde la sua efficacia ansiogena.

Il BFB è stato applicato in integrazione con la psicoterapia (fobie e stati d’ansia), nei disturbi dell’apparato muscolare e in integrazione con la fisioterapia (cefalea muscolo-tensiva, tic, spasmi, dolori, rieducazione e riabilitazione dei neurolesi), nei disturbi dell’apparato cardio-vascolare (emicrania, ipertensione essenziale, aritmia cardiaca, disturbi vascolari periferici: sindrome di Raynaud), nei disturbi dell’apparato respiratorio (asma bronchiale, rinite), nei disturbi della pelle (iperidrosi), nei disturbi dell’apparato intestinale (colite, ulcera peptica, incontinenza fecale), nei disturbi dell’apparato genito-urinario (impotenza, dismenorrea, dispareunia e vaginismo, enuresi), in integrazione col trattamento di disturbi particolari (balbuzie, insonnia, sindrome della giuntura temporo-mandibolare, alcolismo).

 

 

La ristrutturazione cognitiva

 

L’applicazione terapeutica del BFB si fonda quindi su una ristrutturazione cognitiva del paziente, che aumenta la capacità di autocontrollo attraverso:

l’attenzione a sequenza e modalità d’insorgenza dei disturbi temuti e quindi spesso rimossi dal pensiero cosciente;

l’inibizione dei pensieri di timore e delle reazioni maladattative di esitamento degli eventi negativi quando i sintomi vengano identificati e affrontati con il supporto delle spiegazioni razionali fornite dallo psicologo ed evidenziate dal feedback fornito dallo strumento. L’intervento si sviluppa attraverso la critica e la mediazione delle convinzioni del soggetto sull’inidentificabilità e incontrollabilità degli stati interni, che vengono confutate dai dati oggettivi forniti dallo strumento, e l’illustrazione dei meccanismi di genesi e rappresentazione delle emozioni. Si procede poi alla ridefinizione dell’attribuzione degli stati di tensione ad una fisiologica preparazione dell’organismo all’azione efficace, anziché ad una sintomatologia di ansia che preannuncia una crisi neurovegetativa.

Si ottiene così un graduale incremento delle capacità di controllo degli stati interni che cresce con l’allenamento e induce una progressiva diminuzione delle aspettative negative ansiogene. L’efficacia delle tecniche, puntualmente verificabile coi dati strumentali, genera infatti la convinzione razionale della propria capacità d’intervento, incrementando fiducia in sé e autonomia dei soggetti. In sostanza, mentre la raccolta degli elementi di storia del soggetto secondo i principi dell’apprendimento e l’osservazione dei suoi atti verbali ed extraverbali vengono compiute seguendo il modello comportamentale, la valutazione della struttura e dello sviluppo dell’intervento terapeutico deve tener conto anche degli elementi cognitivi che vi sono connessi.

 

Dati, effetti e procedure

 

Nel campo dello sport, sono state utilizzate alcune modalità di BFB quali l’elettromiografo (EMG), la temperatura cutanea (TEMP), la risposta galvanica della pelle (GSR), la frequenza cardiaca (HR) e l’elettroencefalogramma (EEG). Tra queste, l’allenamento al BFB con EMG, GSR e HR è stato usato per lo più allo scopo di migliorare la prestazione degli atleti in varie discipline sportive attraverso la psicoregolazione (8,9).

Recentemente, l’interesse dei ricercatori per il BFB applicato allo sport si è diretto verso l’identificazione delle condizioni psicologiche associate alla prestazione migliore, soprattutto in sport "closed skill"(1) (10); tuttavia, le modificazioni delle dimensioni fisiologiche degli stati di attivazione degli atleti che usano il BFB destano ancora un grande interesse negli allenatori, atleti e psicologi dello sport. Usando il BFB, Blumenstein, Bar-Eli e Tenenbaum (11) hanno studiato gli effetti del training autogeno, dell’imagery e del training musicale sugli indici fisiologici e sulla prestazione atletica. Sostanzialmente, le tre procedure di psicoregolazione, di rilassamento (abbassando l’attivazione) e di attivazione, sono state somministrate, in combinazione col BFB, in un disegno sperimentale con 39 studenti di college, per esaminare i loro effetti sia sulle variabili fisiologiche che sulla prestazione atletica. Gli indici fisiologici erano HR, EMG e GSR e la frequenza del respiro (fb), mentre la prestazione era valutata in base ad un compito atletico (sprint –100 metri). Il risultato di questo studio ha indicato che il BFB ha un significativo “effetto- aumento” sia sulle componenti fisiologiche che sulla prestazione atletica soprattutto quando viene accompagnato dal TA e dall’Imagery. Si è notato che la musica soft, rispetto ad altre tecniche di rilassamento, è piuttosto priva di effetti benefici. Il maggior effetto di rilassamento è stato ottenuto dal TA e il più forte effetto di attivazione dall’Imagery, entrambi associati al BFB. Da un punto di vista pratico, questi risultati indicano che, quando deve essere suggerito agli atleti un programma di training mentale, allo psicologo dello sport conviene usare una combinazione di queste tecniche (TA con EMG o GSR - BFB con o senza Imagery, musica, etc.), che risulta massimizzare i risultati positivi di ogni programma. Per rispondere alla pressione della gara, gli psicologi dello sport hanno spesso applicato modelli “transazionali” di stress (12). In tali modelli, le percezioni delle reazioni fisiologiche o emozionali da parte degli atleti variano a seconda della situazione e dello stress potenziale indotto dall’ambiente di gara. Ad esempio, l’allenamento alla somministrazione dello stress di Meichenbaum (13), definisce un vasta gamma di trattamenti che considera sia le capacità di coping cognitive che quelle fisiologiche. Meinchenbaum prevede varie modalità di somministrazione dello stress che, in primo luogo, riguardano una combinazione di abilità di coping che l’individuo può padroneggiare e usare se ha bisogno di affrontare situazioni di stress. In secondo luogo, consentono di insegnare ai soggetti a reperire per proprio conto le informazioni adattative per affrontare gli stressor. Vengono sviluppate specifiche sessioni di auto-affermazioni, per prepararsi allo stressor, confrontarsi e prendere dimestichezza con esso, affrontando la sensazione di venire sopraffatti e rinforzando le auto-affermazioni capaci di agevolare un coping efficace.

 

 

 

 

La preparazione alla competizione

 

L’allenamento alla somministrazione dello stress e simili procedure “transazionali” sembrerebbero essere particolarmente applicabili agli atleti: l’allenamento all’auto-istruzione può comprendere abilità e strategie volte all’auto-affermazione, oltre a istruzioni volte alla concentrazione e ai processi attentivi (14).

In accordo con tali conclusioni e con la loro ricerca, Blumenstein, Tenenbaum, Bar-Eli, e Pie (11), hanno definito i principi di una procedura a due stadi per preparare gli atleti alla competizione. La procedura si basa sull’uso del BFB computerizzato e dell’apparecchiatura per la videoregistrazione (VCR), abbinati a tecniche di rilassamento e/o attivazione al fine di simulare le sensazioni delle situazioni di gara.

Durante il primo stadio, l’atleta viene introdotto al dispositivo di BFB e impara come controllare in modo consapevole le sue risposte psicofisiologiche. Nel secondo stadio egli impara a modificare volontariamente i propri livelli di attivazione e a mantenere questo stato per quanto lo desidera. Questa autoregolazione dell’attivazione viene usata per incrementare le immagini mentali della gara, esercitate prima o dopo la competizione.

           

Fasi applicative

 

Il programma di preparazione mentale si traduce essenzialmente nel guidare l’atleta attraverso le situazioni di complessità gradualmente crescente che caratterizzano 5 fasi successive. Nelle sessioni che si susseguono nelle pause tra gare e allenamento, lo stesso atleta deve ricominciare ogni volta con una versione abbreviata delle fasi 1 e 2, per rinfrescare le sue conoscenze e aggiornarle alla modificata situazione, per procedere poi, più o meno rapidamente, alle fasi 3-5. L’approccio a 5 fasi è scandito in sessioni il cui limiti di tempo sono flessibili e vengono stabiliti individualmente e include:

 

1. Introduzione – apprendimento delle tecniche di autoregolazione (T.A., Imagery, Allenamento al BFB), in 15 sessioni in un setting di laboratorio.

 

2. Identificazione - abitudine alle modalità del BFB, identificazione degli atleti che hanno dimostrato di rispondere più sensibilmente alle modalità di BFB durante le 15 sessioni.

 

3. Simulazione - allenamento in un setting di laboratorio con stress da competizione simulato (simulazione VCR), in 15 sessioni.

 

4. Trasformazione - applicazione dell’allenamento mentale alla pratica (dal laboratorio al campo), in 15 sessioni sul campo.

 

5. Realizzazione - attuazione delle tecniche all’interno una vera competizione, per raggiungere l’autoregolazione ottimale in gara mediamente in 10 sessioni.

 

 

Gli effetti degli interventi

 

Un'analisi della letteratura sulla psicologia dello sport ha rivelato come siano stati usati con gli atleti, una grande varietà di approcci all’allenamento mentale (15) che hanno utilizzato anche la tecnica del biofeedback (16).

In particolare, il BFB elettromiografico (EMG) è stato comunemente usato per ridurre gli stati d’ansia e di conseguenza, per migliorare la prestazione (17).

Recentemente, gli effetti di training autogeno (rilassamento), mental imagery (eccitazione) e music training sono stati studiati sia separatamente che insieme al BFB. Lo studio ha rivelato che le tecniche mentali associate al BFB hanno portato ad un significativo aumento degli indici fisiologici che si associano allo stato emotivo dell’atleta. Per esempio, HR, EMG, GSR e Fb sono aumentate durante il training autogeno, durante l’ascolto di musica soft o durante la combinazione di entrambi.

Blumenstein e altri hanno utilizzato EMG e BFB per affinare lo stato emozionale dell’atleta. Questo metodo è stato applicato sia in laboratorio, sia in condizioni d’allenamento e si è dimostrato davvero utile nel dirigere l’atleta verso il proprio stato mentale persona-specifico. È stato inoltre riscontrato che la combinazione del rilassamento con l’allenamento all’imagery rende l’atleta capace di riprodurre un comportamento adattivo, sulla base di situazioni (eventi) stressanti precedenti, e di scegliere reazioni adeguate.

Le interpretazioni delle videoregistrazioni e l’analisi di azioni tecniche e tattiche, associate ad indici psicofisiologici, consentono di perfezionare la prestazione fisica (motoria) in risposta ai vari comportamenti degli avversari sia negli sport di combattimento che in altre discipline.

La ricerca in psicologia dello sport ha dimostrato che gli interventi strutturati per sviluppare nell’atleta la capacità di affrontare efficacemente situazioni stressanti si traducono solitamente in un miglioramento della prestazione (18). Alcune delle ricerche condotte sull'utilizzo del biofeedback hanno preso in esame tre procedure orientate cognitivamente: TA, IM e M. Gli effetti positivi delle prime due procedure sulla prestazione atletica sono state ripetutamente dimostrati dalla letteratura, in particolare per l’imagery. Va notato che l’imagery è stata anche usata in combinazione con altre tecniche. Per esempio, sul rinforzo del comportamento video-motorio (VMBR), sono stati usati insieme l’imagery e il rilassamento, per ridurre l’ansia e migliorare la prestazione. Dalle relazioni degli atleti e degli allenatori, si potrebbe concludere che in vari casi tale addestramento migliora la capacità di gestire l’ansia e la concentrazione. Molte varianti del TA state usate per migliorare la prestazione anche di atleti di alto livello in competizioni reali. Solitamente, il BFB è considerato un importante strumento per la gestione dello stress e per il controllo, ma si sono incontrate difficoltà per dimostrare una relazione diretta tra BFB e prestazione (17). Alcuni studi indicano che l’impiego del BFB produce negli atleti la diminuzione dei livelli dello stress e dello stress autodeterminato e che tali variabili non sono necessariamente correlate (19).

 

L’efficacia del BFB

 

A lungo termine, l’uso efficace del BFB e della gestione dello stress richiede all’individuo un sostanziale cambiamento della valutazione soggettiva del comportamento idoneo a migliorare la propria capacità di affrontare lo stress (20). I cambiamenti degli stati fisiologici dovrebbero quindi essere accompagnati da cambiamenti adeguati allo stato mentale-emozionale, in linea con i fondamenti psicofisiologici di base che sottendono l’uso del BFB (21). Tuttavia, per scoprire questi cambiamenti psicologici servono periodi di allenamento relativamente lunghi e misurazioni molto sensibili e/o  compito specifiche.

In effetti, la specificità del compito del trattamento psicologico, specialmente col BFB, può contribuire al miglioramento della prestazione del compito stesso ed è pertanto essenziale per esercitare un’influenza positiva sulle capacità dell’individuo di affrontare efficacemente lo stress. Il trattamento deve insomma essere focalizzato sul compito specifico da eseguire.

Questo principio è in linea col proncipio secondo il quale un processo di autoregolazione efficace richiede che l’individuo definisca soggettivamente e affronti attivamente le situazioni che gli si presentano, tenendo sempre presenti le caratteristiche specifiche del compito che deve essere eseguito. Sono emerse idee simili nella letteratura sul BFB, in particolare entro una cornice di modelli di cibernetica che descrivono i principi neurologici e psicologici che sovrintendono all’uso del BFB e alla sua associazione con altre procedure di gestione dello stress usate per migliorare la prestazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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NOTE

(1)Closed Skill: gli sport vengono suddivisi in open (aperte) e closed (chiuse) skill (abilità) in relazione al tipo di abilità necessarie alla prestazione.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

(1)     http://www.phyed.duth.gr/sportpsy/aasp.htm

(2)     In gioco o in fuori gioco – lo sport come terapia nel disagio giovanile. Fondazione Villa Maraini, Equipe dipartimentale Sport – DSM-ASL RMD.

(3)     La iatrogenesi spotiva: un ossimoro?. Martinengo L., Percorsi di formazione in psicologia dello sport, Celid, Torino, 2004

(4)     L'applicazione del biofeedback nella psicofisiologia dello sport e nell'allenamento. Manili U., Ferrari M. (2002) Movimento. Vol.8 n.2 maggio-agosto 2002.Ed. L.Pozzi.

(5)     Voluntary control of internal states: Psychological and physiological. Green E., Green A. e Walters E. (1970). Journal of Ttranspersonal Psychology, 2, 1-26.

(6)     A biofeedback primer. Blanchard E. B. e Epstein L.H. (1978) Addison-Wesley.

(7)     Optimising arousal level. Zaichkowsky L.D., e Takenaka K. (1993). In R.L. Singer, M.Murphay e L.K. Tennant (eds.). Handbook for research on sport psychology. pp. 328-364. New York: Macmillan.

(8)     Improving motor skills. Landers D.H. (1988).. In D. Druckman & J.A. Swets (eds.). Enhancing human performance (pp. 61-101). Washington, DC: National Academy Press.

(9)     Biofeedback and sport/exercise performance: applications and limitations. Petruzzello S.J., Landers D.M. e Salazar W.(1991). Behavior therapy, 22, 392-397.

(10) Psychophysiology and sport performance. Collins D. (1995). In S.J.H. Biddle (ed.),European perspectives on exercise and sport psychology (pp.154-178). Leeds, UK: Human Kinetics.

(11) Mental preparation techniques with elite athletes using computerized biofeedback and VCR. Blumenstein B., Tenenbaum G., Bar-Eli M. e Pie J. (1995). In W.K. Simpson, A.D. le Unes, & J.S. Picou (eds.), Applied research in coaching and athletics annual (pp. 1-15). Boston, MA: American Press.

(12) Responding to competitive pressure. Rotella R.J.e Lerner J.D.(1993). Handbook of research on Sport Psychology, cap. 23, 528-538. MacMillian Publishing Company: New York: Singer R.N., Murphy M., Tennant L.K.

(13) Stress inoculation training. Meichenbaum D.H. (1985). New York: Pergamon.

(14) Attention control training. Nideffer R.N. (1993). Handbook of research on Sport Psychology, cap. 24,542,546. MacMillian Publishing Company: New York: Singer R.N.,Murphy M., Tennant L.K.

(15) Reading list in Applied Sport Psychology: Psychological Skills Training. Sachs M.L. (1991). The Sport Psychologist, 5, 88-91.

(16) Biofeedback applications in exercise and athletic performance. Zaichkowsky L.D. e Fuchs C.Z. (1988). Exercise and Sport Scieces Rewiew, 16, 381-421.

(17) Biofeedback and sport/excercise performance: applications and limitations. Petruzzello S.J., Landers D.M., Salazar W. (1991). Behavior therapy, 22, 392-397.

(18) Psychological interventions with athletes in competitive situations: a review. Greenspan M.J e Feltz D.L. (1989). The Sport Psychologist, 3, 219-236.

(19) The effects of EMG biofeedback assisted relaxation on sport competition anxiety.Tsukomoto S. (1979). Unpublished mastrer’s thesis. University of Western Ontario, London, Ontario.

(20) Stress, appraisal and coping. Lazarus R.S.e Folkman S.(1984). New York: Springer.

(21) Beyond biofeedback. Green E. e Green A.(1977). New York: Delacorte.