Redatto da: Cinzia Montuori
IL BULLISMO
Il termine
bullismo deriva dall'inglese “bullyng” che interpreta in modo efficace quella
situazione relazionale in cui, contemporaneamente, qualcuno prevarica e qualcun
altro è prevaricato, con prepotenze di vario tipo ed intensità. Quindi, con il
termine bullismo, si riuniscono in una categoria unica sia gli aggressori che
le vittime, secondo una prospettiva sistemica nella quale ogni azione di
un soggetto determina una "retroazione"
nell'interlocutore in grado, a sua volta, di condizionare l'azione successiva.
Un comportamento da bullo così come lo definiscono due dei
maggiori studiosi del fenomeno, “è un
tipo d’azione che mira deliberatamente a far male o a danneggiare; spesso è
persistente, talvolta dura per settimane, mesi e persino anni ed è difficile
difendersi per coloro che ne sono vittime. Alla base della maggior parte dei
comportamenti sopraffattori c’è un abuso di potere e un desiderio di intimidire
e dominare” (Sharp S. e Smith K.P., 1994).
Intenzionalità, persistenza e
disequilibrio sono, dunque, le caratteristiche essenziali che distinguono
singoli episodi di violenza, intesi come normali fasi delle dinamiche
conflittuali all’interno del gruppo e condivisi dalla maggior parte dei
bambini, da atteggiamenti bullistici veri e propri, che si caratterizzano per
la ripetitività, per il grado di pericolosità, per il sadismo manifesto nei
comportamenti del bullo, per l’intenzionalità persecutoria e i desideri di
vendetta che riattivano, continuamente, il ciclo della “vittimizzazione”.
Nell'introduzione di un progetto
formativo su un fenomeno ad alto grado di problematicità come il bullismo,
abbiamo preferito partire dall'analisi dell'etimo della parola e dalla
definizione scientifica prevalente, per individuare una cornice di riferimento.
La gravità delle situazioni sociali proposte dal bullismo è purtroppo evidente
ed attualissima.
Le cronache giornalistiche di
quotidiani e servizi televisivi, per quanto talvolta concedano troppo alla
spettacolarizzazione della notizia, mostrano un'elevata frequenza di episodi in
cui la brutalità e l'iniquità irrompono nelle relazioni tra bambini e ragazzi.
Questi episodi determinano,
generalmente, la rottura del disincanto con il quale il mondo degli adulti
guarda all'infanzia e all'adolescenza, luoghi visti troppo spesso come privi di
problematicità, conflitti, quasi fossero oasi esistenziali dove vige la
spensieratezza, che preludono all'ingresso nella vita adulta. Infatti, quando
si parla di bambini e ragazzi, non esistono stazioni intermedie: si va
dall'immagine melensa dei bambini degli spot pubblicitari, sorridenti privi di
inflessioni dialettali, sempre pronti a giocare per poi consumare prodotti,
sotto lo sguardo amorevole di genitori, attenti interpreti di famiglie modello,
all'immagine cupa e violenta di bambini e ragazzi devianti, privi di controllo
sociale, immersi in quartieri e famiglie malsane.
In realtà, chi lavora a vario titolo
con i minori, insegnanti, educatori, psicologi, assistenti sociali, osserva un
mondo psicologicamente e socialmente più complesso, nel quale la categoria
disagio non è confinabile in minoranze definite e non è avulsa dalla cultura
espressa dalla società nel suo insieme. Un importante filone di studi (Fonzi A., 1994) ha indagato, in una
prospettiva life-span, le connessioni
tra episodi di bullismo in età scolare e disadattamenti sociali in età
successive. Non stupirà, forse, sapere che quei bambini preadolescenti che
hanno sistematicamente sopraffatto gli altri, sviluppano maggiori possibilità
di continuare in tale comportamento anche da adolescenti e da adulti, fino a
incorrere in condanne per azioni antisociali.
“Allo
stesso modo, i bambini che hanno vissuto esperienze precoci di vittimizzazione
e di difficoltà nelle relazioni coi coetanei, manifestano, all’inizio
dell’adolescenza, gravi problemi emozionali, un elevato livello d’ansia e
sintomi depressivi” (Bond e Coll.., 2001).
Posta in questi termini, la questione
sembra assumere una portata macro-sociale, dal momento che, se riguarda, in un
primo tempo, un ambiente ristretto, come quello del gruppo di compagni di
classe, in seguito può diventare un problema sociale, estendendosi al mondo
della devianza. “Quei bambini che a otto
anni mostrano atteggiamenti da bullo rappresentano, infatti, la spia di un
disadattamento sociale generalizzato che, successivamente, può portare a
episodi di violenza conclamata o, addirittura, alla criminalità” (Fonzi A.,
1997).
Purtroppo, i dati di numerose ricerche,
fatte in Italia e all’estero negli ultimi venti anni, sono scoraggianti, poiché
il fenomeno sembrerebbe avere un’incidenza elevata in ogni parte d’Europa:
basti pensare che in Spagna e in Norvegia, almeno il 15% degli alunni di scuole
primarie e secondarie è coinvolto in episodi di bullismo, nel Regno Unito il
29% (Nansel et Al., 2001), in Irlanda l’8%, in Canada il 20% e, infine, in
Israele i due terzi dei soggetti esaminati (Gofin, Palti e Gordon, 2002). Per
non parlare delle percentuali italiane di molto superiori alla media europea: i
risultati di alcuni studi svolti in varie regioni (Fonzi A., 1996; Genta M.L.,
Menesini et al., 1996) indicano che il 41% degli alunni di scuola primaria e il
26% di scuola media sarebbero vittime di atti di prepotenza da parte dei
compagni.
La prevalenza di tali atteggiamenti e
l’interesse per le conseguenze individuali e sociali del bullismo hanno così
prodotto una vasta letteratura scientifica sia
sulle cause e le dinamiche del fenomeno, sia sui modi per prevenirlo,
soprattutto in ambito scolastico, dove compaiono i primi comportamenti
prevaricatori e iniziano ad insediarsi certe patologiche modalità di relazione
tra bulli, vittime e astanti. Gli atti di prepotenza registrati a scuola hanno
in comune un pattern di comportamenti la cui costante è l’abuso di potere ai
danni del più debole, che diviene, ben presto, bersaglio privilegiato di atti
aggressivi, di tipo verbale, come il “prendere in giro”, offendere e
minacciare, o di violenza fisica. Una prospettiva di riflessione di tipo
sistemico considera che in tale processo assumono un ruolo attivo non soltanto quei bambini che recitano la
parte dei bulli, ma anche quelli che subiscono le prevaricazioni dei coetanei,
vittime inconsciamente disponibili, e quelli che assistono, in un silenzio
omertoso, a questi atti di prepotenza.
E’ necessario, dunque, analizzare il
problema della violenza bullistica in ogni suo aspetto, non soltanto
considerando gli elementi psicosociali patologici dell’aggressore, ma studiando
tutti gli interpreti in gioco, se si vogliono elaborare strategie d’intervento
efficaci per comprendere le motivazioni profonde che hanno condotto
all’instaurarsi di certe modalità di interazione. Risalendo alle radici
biologiche dei comportamenti violenti verso l’altro, è possibile constatare che
gli animali possono comportarsi con violenza e crudeltà verso animali di specie
diversa, mentre comportamenti di consolazione e sostegno sono stati, spesso,
osservati nei confronti di animali più
deboli della stessa specie. (Genta M.L., 2002).
Per quanto riguarda l’uomo, sappiamo
che i bambini cominciano a manifestare molto presto atteggiamenti di aiuto e di
comprensione dei sentimenti altrui e che il rifiuto del coetaneo, quando
compare in modo costante ed acuto, è legato a perturbazioni nello sviluppo
psico-affettivo e nelle relazioni oggettuali primarie. Ad esempio,
l’osservazione di soggetti dai 0 ai 3 anni evidenzia come i bambini che hanno subito maltrattamenti
fisici non riconoscono i segnali di dolore dei coetanei e reagiscono al pianto dei compagni, esprimendo
rabbia o paura. L’aver subito maltrattamenti, sia fisici che psicologici, dai
genitori o dagli adulti di riferimento, sembra spegnere nel bambino ogni
inclinazione all’intersoggettività e all’empatia: il nostro sviluppo inizia,
infatti, con azioni e emozioni prima che con intenzioni e processi razionali.
Ciò che sembra rilevante, nella
prospettiva tematica in cui ci muoviamo, è un’esigenza di “rieducazione emozionale”, attraverso programmi didattici di
educazione socio-affettiva, che conducano il bambino allo sviluppo sano di sentimenti affiliativi
e che compensino la disfunzionalità di taluni gruppi familiari. Tra le
variabili che possono essere messe in relazione con il manifestarsi di episodi di bullismo vanno evidenziate
l’atmosfera familiare, intesa come presenza emotiva e capacità di sostegno del
bambino, e gli stili educativi dei genitori. Sia i bulli che le vittime
mostrano caratteristiche peculiari, in relazione a queste due variabili,
rispetto agli altri bambini.
Le violenze tra minori che accadono a
scuola sembrano essere, almeno in parte, una riedizione di quelle familiari, in
cui vengono mantenuti gli stessi ruoli: si stabilisce, così, un legame tra
vittima e persecutore che esprime in entrambi il bisogno distorto di raggiungere
una forma d’identità e di adattamento sociale. La vittima si sente impotente a
risolvere i conflitti, riafferma i propri bisogni di dipendenza, scindendo
l’aggressività e proiettandola sul persecutore; in questo modo riesce a
stimolare quella reazione protettiva materna della quale è, invece, una vittima
psicologica. Il bullo, che esprime una generale difficoltà a riconoscere le
emozioni, è vittima del narcisismo di quegli adulti incapaci di riconoscere nel
bambino desideri, bisogni, abilità.
In questo senso, la scuola costituisce
un “osservatorio” speciale da cui è possibile
studiare i comportamenti dei minori, per comprendere le motivazioni ed i
significati problematici, che il bambino esprime nelle attività scolastiche. La
scuola trasmette al bambino la possibilità di organizzare pensieri e attività
in una dimensione spazio-temporale stabile, ordinata e continua; richiede il rispetto delle
regole della convivenza e l’apprendimento della tolleranza. Talvolta,
l’insegnante può divenire riferimento centrale dello sviluppo educativo degli
allievi, in altri casi si rende bersaglio di una parte, naturale, della loro
aggressività, ma anche di quella subita o vissuta in famiglia.
In quest’ottica, l’insegnante
rappresenta, per questi alunni, un adulto capace di contenere la loro rabbia
narcisistica il che può rappresentare un elemento terapeutico volto
all’elaborazione di comportamenti violenti. Una
ricerca condotta in alcune scuole elementari e medie dell’Umbria (“La sfida di Palinuro”, 2003), svolto dall’I.P.R.S.
di Roma (Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali), fa luce proprio
sull’evoluzione del ruolo che la scuola ricopre nelle società complesse. Negli
ultimi dieci anni, le competenze reali e potenziali degli insegnanti si sono
notevolmente ampliate: dalla prevenzione degli abusi e dei maltrattamenti
all’infanzia, allo sviluppo di programmi per l’orientamento scolastico, dagli
interventi di pedagogia interculturale alla didattica socio-affettiva.
In ciascuno di questi ambiti, per la
scuola dell’obbligo, il ruolo del corpo docente appare centrale nell’ideazione
e nella realizzazione di progetti mirati. Nel nostro paese, nelle grandi città
come nei piccoli centri, cresce sempre più tra gli insegnanti la disponibilità
ad andare oltre i confini della didattica, a condizione che esistano progetti
chiari, azioni di aggiornamento focalizzate, e soprattutto concrete e non
soltanto teoriche, insieme alla possibilità di costruire sul territorio sistemi
di rete con il coordinamento dell’ente locale di riferimento.
Del resto, per adottare un’ottica
integrata, in cui l’apprendimento sia inteso a più livelli, occorre preparare e
fornire agli insegnanti, e a tutti coloro che si occupano di “educazione”, strumenti metodologici che li rendano non
soltanto osservatori-rilevatori del disagio di un allievo, ma soggetti in grado
di attuare un intervento di sostegno sul bambino in crisi, in coordinamento con
la rete di servizi locale. La scuola è chiamata, così, ad assolvere una serie
di funzioni, che sono di sostegno allo sviluppo psico-affettivo e relazionale
del bambino e dell’adolescente e, nello stesso tempo, assumono un preciso
rilievo sociale.
E’ per questi motivi che, alla luce dei
dati sconfortanti prima citati, numerosi Paesi hanno deciso di affrontare il
problema del bullismo a partire dal rafforzamento di una preparazione specifica degli insegnanti:
inoltre emerge l’esigenza di
programmare interventi preventivi
multidimensionali, che affrontino il problema a più livelli, da quello
familiare a quello scolastico, per giungere a quello individuale. Rifacendoci alla vasta letteratura specialistica, i
lavori di Sharp e Thompson (1994) ci sembrano quelli più completi. L’intervento
può riassumersi in una “politica scolastica integrata”, che richiede
uno sforzo coordinato delle varie parti che vi partecipano, per affrontare il
problema in ogni sua componente. Tutti i membri dell’istituto, dalla dirigenza
al personale docente e non docente, dagli alunni coinvolti e non in episodi
bullistici ai genitori dei bambini, devono essere sensibilizzati al fenomeno,
in modo da diventare più ricettivi e attenti al manifestarsi anche di
comportamenti violenti appena accennati, per imparare a contenerne gli aspetti
distruttivi, senza soffocare le emozioni che vengono comunicate attraverso
questi agiti.
In termini pratici, un programma di
questo tipo inizia con la presa di coscienza del problema da parte di ogni
componente scolastica: occorre raccogliere il maggior numero possibile
d’informazioni rispetto all’incidenza degli atti di prepotenza che si
verificano all’interno dello specifico istituto. La raccolta di tali dati può
percorrere diverse strade, partendo dalla percezione che i capi d’istituto e
gli insegnanti hanno del fenomeno, attraverso questionari, focus group o interviste
che riferiscono sulla “quantità” e la “qualità” degli incidenti registrati in
una determinata scuola.
Anche se i lavori presenti in
letteratura concordano rispetto al trend assunto dal fenomeno, ciascuna scuola
riporta delle caratteristiche distintive che la differenziano dalle altre.
Sappiamo, infatti, che il bullismo si comincia a manifestare verso i 7-8 anni e
si dirada, nella migliore delle ipotesi, verso i 14 anni. Sembra che le forme
d’aggressione più frequenti siano quelle verbali, che diminuiscono con l’età,
seguite da quelle fisiche e, infine, da quelle indirette. Normalmente gli
alunni-bulli sono della stessa classe della vittima, raramente sono più grandi
d’età; le femmine sono, in percentuale, coinvolte allo stesso modo dei maschi in
questi episodi di prevaricazione, anche se è minore la “gravità” degli atti.
Infine, appare interessante un altro
dato, relativo al bullismo dei maschi esercitato a danno delle femmine: se
questi comportamenti tendono a sparire con l’età, possono persistere,
parallelamente, quelli diretti verso le femmine già adolescenti, a sostegno del
fatto che un cattivo riconoscimento delle emozioni, come l’attrazione fisica,
può portare a una scorretta comunicazione interpersonale dei propri sentimenti,
che si trasformano in espressioni offensive o comportamenti violenti.
Ritornando alla
nostra “politica d’istituto”, il secondo momento dell’intervento riguarda
l’introduzione di programmi di aggiornamento, tesi a potenziare nell’insegnante
la soglia di attenzione rispetto alla visibilità del fenomeno e ad individuare
strategie didattiche idonee per la prevenzione di aggressività e prepotenze nel
gruppo classe.
In questo senso, inserire nella pratica
didattica la cultura della solidarietà, oltre a favorire nel minore una buona
integrazione sociale, può aiutare la scuola a tornare ad essere luogo dove ogni
minore possa sentirsi sempre tutelato e dove non alberghi la cultura
dell'intolleranza e della prevaricazione. In questo senso, ci piace guardare
alla prospettiva tematica affrontata con gli occhi di un grande conoscitore
della realtà sociale quale era Charlie
Chaplin. Con la sua eterna maschera di Charlot,
egli tratteggiò in modo poetico ciò che gli si mostrava del mondo dell’infanzia
in termini di devianza. Il monello di Charlot
è un bambino che forse si nasconde in bulli e vittime di oggi e che come
educatori dobbiamo riuscire a ritrovare.
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