Alcuni
dati forniti dall’ISTAT (1994) attestano che la prevalenza in Italia del
sovrappeso e dell’obesità, nella
popolazione adulta di età superiore ai
15 anni, interessa nel 46% i maschi e nel 30% le femmine. Un altro dato che ci
appare significativo da riportare è l’aumento della media d’insorgenza
dell’obesità nella popolazione maschile , così come l’aumento nei maschi dei Disturbi del
Comportamento Alimentare di tipo Aspecifico (Disturbo di Alimentazione
Incontrollata e Disturbi del Comportamento Alimentare di tipo NAS sottotipo
Nibbling ).
L’etimologia della parola obeso comprende molti
significati che ci permettono di capire quanti aspetti diversi, come quelli
culturali, sociali, morfologici e storici possano ruotare intorno all’obesità.
Ob+esus è il participio passato del verbo “edere” e si traduce
letteralmente come colui che ha mangiato ,ma il significato latino di obeso è da intendere anche come
“consunto” , quasi simile a un tratto di personalità; nel corso della storia il
termine ha poi acquistato una simbolizzazione semantica di “ottuso, grossolano”. Non
dobbiamo dimenticare quanto l’alimentazione umana sia sottoposta alla risposta
culturale. E’ noto a tutti come nel Medioevo il grasso sia stato simbolo di
potere e ricchezza, mentre ci si vergognava per la propria magrezza
simbolizzante la povertà.
Nel Rinascimento il grasso diventò l’ideale di
bellezza femminile.
Nell’epoca attuale nella quale non si soffre più la
fame e il cibo è a portata di tutti questo perde il carattere di necessità (di
tutti quelli che vivono in paesi definiti “occidentali”) ed entra in una sfera
più astratta, di conseguenza il grasso viene simbolizzato come il “brutto , lo
sporco” in cui l’individuo “degrada”, mentre il “magro” diventa il bello e il
sano invertendo il concetto di bellezza
associato alla “carnosità” degli anni ’50.
Da tutto ciò e da quanto rivelano i dati sopra
riportati risulta chiaro quanto sia necessario definire l’obesità in una nuova
prospettiva, considerandola come il punto d’arrivo di una interazione complessa
di fattori biologici, psicologici e sociali in quanto la rapida diffusione
dell’obesità nella popolazione adulta ed il suo incremento in quella infantile,
ha portato ad una visione sempre più complessa del problema e ha indotto a
spostare l’attenzione dal versante organico a quello psichico e di conseguenza
alla presa in carico del cliente obeso ,in un
approccio integrato che tenga conto dell’importanza degli aspetti
psicologici insieme a quelli di medici.
Comunemente si intende per sovrappeso la presenza in un soggetto di un
IMC (Indice di Massa Corporea) compreso tra 25e 29.9 mentre l’obesità si
definisce su tre diversi gradi di gravità a secondo del valore di IMC presente
nel paziente:
I fattori considerati comunemente di rischio per
sviluppare le complicanze legate alla
obesità sono: la familiarità, le malattie cardiovascolari e l’età , che per i
maschi viene considerata superiore ai 45 anni e per le femmine superiore ai 55
anni.
Il rischio elevato di morbilità e mortalità è
rappresentato dalla presenza di patologie cardiovascolari (ipertensione,
iperlipidemia), respiratorie, metaboliche (diabete) e dell’apparato
scheletrico.
I soggetti con un IMC>35 presentano un
rischio 40 volte più alto di quelli con un IMC<23 di sviluppare il diabete e
il fattore dietetico che più favorisce lo sviluppo del diabete e dell’obesità è
proprio un eccessivo introito calorico, specialmente se associato a
sedentarietà; inoltre la presenza di un Disturbo del Comportamento Alimentare
in soggetti obesi ( p.e. un DCA nas tipo Nibbling e un Disturbo da
Alimentazione Incontrollata) e la possibile coesistenza con il diabete
determinano una maggiore complessità e difficoltà al trattamento. L’obesità non
compare in nessun manuale psichiatrico come Disturbo del Comportamento
Alimentare essendo una condizione
definita solo su base morfologica per la mancanza di specifici pattern
psicopatologici. Nel DSM questa patologia trova segnalazione esclusivamente
nell’ambito dell’asse III del manuale tra le condizioni fisiche da valutare.
Non c’è attualmente alcuna correlazione diretta tra l’obesità e i sintomi
psichiatrici, ma negli ultimi anni in molti di questi pazienti si sono
cominciati ad osservare aspetti psicopatologici come riduzione progressiva
dell’autostima, isolamento relazionale, decremento delle performances
sociali,ansia, depressione, accompagnati da svalutazione e da disprezzo della
propria immagine corporea presenti in modo pressoché costanti ed associati alla
condizione di obesità.
Cash ha indicato tre aspetti psichici associati
all’obesità quasi sempre evidenziabili e presenti nel soggetto obeso:
I
pazienti obesi che vivono un disagio psichico con il cibo conconcomitante o
associato al loro essere obesi sono la maggior parte della popolazione obesa e
il 25% di essi presenta un Disturbo d’Alimentazione Incontrollata o BED (Binge
Eating Disorder) condizione che è presente nel 20-30% di tutti gli obesi che
richiedono un trattamento presso i centri specializzati.
Con la dizione di Disturbi del Comportamento
Alimentare (DCA) si indica un insieme di patologie di origine psichica
caratterizzate principalmente da un alterato comportamento alimentare nel quale
il disagio psichico si manifesta. Il DSM-IV classifica i Disturbi del
Comportamento Alimentare in
Anoressia Nervosa con i 2 sottotopi:
Bulimia Nervosa con i 2 sottotipi:
Tutti i disturbi
che non soddisfino i criteri necessari per porre diagnosi di Anoressia Nervosa
o di Bulimia Nervosa vengono
diagnosticati come Disturbi del Comportamento Alimentare Non Altrimenti
Specificati o atipici o parziali (EDNOS).
La diagnosi comprende vari sottotipi:
-il soggetto ha un IMC nella norma ma pratica vomito
autoindotto per controllare il peso (Vomiting).
-il soggetto ha un’alimentazione equilibrata ma
svolge un’eccessiva attività fisica per evitare l’aumento del peso (Exerciting).
-il soggetto “smangiucchia“ durante tutta la
giornata sopratutto nei momenti di noia e si assiste frequentemente ad un
aumento del peso (Nibbling)
- Il Disturbo di Alimentazione Incontrollata O
Binge Eating Disorder (BED).
Il Disturbo d’Alimentazione Incontrollata o BED è
più frequente nel sesso femminile, con un rapporto di 2 : 3 rispetto alla
popolazione maschile, anche se è in rapido aumento la popolazione maschile che
si rivolge ai centri per la cura dell’obesità. L’età media di insorgenza è tra i 25-30 anni, ma può
insorgere anche nell’adolescenza.Alcuni studi sembrano indicare che i soggetti
con BED ad insorgenza in età adolescenziale presentano caratteristiche di
gravità maggiori come una maggiore frequenza di crisi bulimiche, maggiore
insoddisfazione corporea e una più grave sintomatologia psichiatrica. Il
Disturbo di Alimentazione Incontrollata viene generalmente osservato su
soggetti di sesso femminile obese con una prevalenza tra il 20%-50% ma anche in
soggetti in sovrappeso , raramente normopeso.
Recentemente si sta tentando di indagare e di
cercare se ci siano e quali siano le associazioni presenti tra obesità
“essenziale” e Disturbi del Comportamento Alimentare.
L’obesità essenziale è la forma più frequente di
obesità e viene definita su un IMC >30,nella prevalenza incidono diversi fattori legati alla eta’ e
al sesso: dopo i 50 anni mentre nell’uomo c’è una tendenza al decremento
ponderale , nella donna si assiste ad un aumento della massa grassa. Altri fattori
che incidono sono quelli etnici e culturali. In tal senso sarebbe necessario
pensare all’obesità essenziale come alla manifestazione evidente (jainw
= mostrare) di un disagio psichico che nell’obesità trova forma ed espressione.
L’abbuffata alimentare sarebbe il comportamento
sintomatico di vissuti emozionali e cognitivi che in questa trovano “momentaneo sollievo e rimedio”.L’abbuffata
alimentare sarebbe allora non più da intendersi come solo comportamento
alimentare alterato ma come un comportamento scatenato da una serie di disagi
emotivi e psichici che emergono alla luce anche attraverso la comorbilità
psichica spesso presente in questi pazienti di disturbi associati all’umore
(distimia o depressione ) .
Nel 1994 il DSM-IV ha proposto dei criteri aggiuntivi per
classificare il BED come probabile nuova categoria diagnostica svincolandola
dai Disturbi dell’Alimentazione Non Altrimenti Specificati (EDNOS) .
L’ICD-10 non nomina ancora il BED come entità
autonoma ma inserisce la sua diagnosi in
modo generico nei DCA Non Altrimenti Specificati.
I
criteri proposti per porre diagnosi sono i seguenti:
Da
un punto di vista epidemiologico si può osservare che i tassi di prevalenza del
Disturbo da Alimentazione Incontrollata tendono a crescere proporzionalmente
all’entità del sovrappeso: nei soggetti con un IMC tra il 25 - 28 il DAI è
presente nel 10% dei casi, nei soggetti con un IMC tra 28-31 nel 15% dei casi,
nei soggetti con un IMC tra 31-42 nel 40% dei casi.
Un
altro dato allarmante è che il 30% dei pazienti con DAI si rivolge ai centri
specializzati per il dimagrimento e non ad un centro per la diagnosi e il trattamento dei DCA (
Marcus , 1995).
Tra i fattori predisponenti e scatenanti il disturbo
non c’è necessariamente una correlazione con un precedente regime ipocalorico
,v’è invece spesso una lunga storia di “pellegrinaggi” dai dietologi e i
genitori di questi pazienti fin dall’infanzia si sono preoccupati della dieta
alimentare dei loro figli.
La comorbilità presente nei parenti di primo grado
dei pazienti obesi con DAI è del 12% per lo stesso disturbo ,in concomitanza
con l’abuso di sostanze psicoattive, del 47% dei casi di alcolismo e del 33%
per disturbi affettivi maggiori.
In uno studio condotto nel 1995 Marcus attesta una
frequente presenza di depressione maggiore e distimia nei pazienti obesi con
BED.
Il comportamento alimentare nei pazienti con BED è
caratterizzato da un’incapacità generale di regolare l’alimentazione anche al
di fuori delle abbuffate.
Mettendo a confronto durante i pasti i soggetti con
un Disturbo d’Alimentazione Incontrollata con soggetti obesi di egual peso ma
senza un BED ,si è osservare che nei
primi la durata dei pasti è significativamente maggiore, l’ alimentazione è più caotica con un elevato introito calorico
sia durante i pasti che al di fuori di questi e
che manca il controllo sulla
alimentazione.
In letteratura si riporta che alcuni soggetti bulimici sono in sovrappeso e che
alcuni obesi con BED mettono in atto condotte purging come nella Bulimia
nervosa, ma gli studi che associano obesità e bulimia sono ancora molto pochi e
incompleti.
I due disturbi infatti sono accumunati dalle abbuffate, ma mentre nelle
bulimiche l’abbuffata è scatenata da una restrizione calorica o “dall’essere
venuti meno” alla dieta abituale ,nei pazienti con DAI l’abbuffata è spesso
scatenata da variazioni dell’umore e
dalla presenza di ansia. Un altro elemento di rilievo è che nella Bulimia
Nervosa c’è minore difficoltà nel limitare l’introito calorico, le pazienti
raccontano lunghi e tormentati iter di diete (periodi di dieta si alternano a
lunghi periodi in cui le abbuffate non sono associate ad alcun tipo di
restrizione alimentare) ed episodi di riduzione del peso che favoriscono la
riduzione delle abbuffate, che precedono la dieta e non viceversa; è presente
l’ideale dell’eccessiva attenzione alla magrezza per la valutazione di sé:
tutti aspetti assenti nei pazienti con
un DAI.
Spesso i pazienti con un DAI riferiscono che
vorrebbero limitarsi ad un assaggio ma non riuscendoci eccedono sul cibo e dopo
queste abbuffate compulsive si addormentano: per questo è importante la
diagnosi differenziale che va fatta non solo sulla quantità di cibo assunta ma
soprattutto sulla soggettiva perdita di controllo sul cibo che è proprio del
paziente obeso con Binge Eating.
Marcus (1993) mettendo a confronto soggetti obesi
con BED e soggetti obesi senza questo disturbo, ha osservato come nei primi
l’esordio dell’obesità e dei comportamenti dietetici sia più precoce e la
presenza di episodi più frequenti di oscillazioni di peso. Wilson (1993) nei soggetti obesi con BED ha
riscontrato maggiore preoccupazione per il peso,maggiore insoddisfazione per il
proprio peso e il corpo , maggiore paura di ingrassare . Si possono definire
dei pattners caratteristici alimentari dei pazienti obesi con BED che
comprendono abbuffate alimentari che prevalgono nella seconda metà della
giornata,abbuffate presenti nel tardo pomeriggio e nel pasto serale oppure
l’assunzione di una cena normale con Binge Eating notturna e assunzione di
calorie maggiori del necessario con un controllo sui primi pasti del giorno.
|
Invischiamento |
|
Scarsa differenziazione dei ruoli |
|
Iperprotetività |
|
Incapacità di gestire i conflitti |
|
Rigidità e diffidenza verso l’esterno |
|
Grado di coesione basso |
|
Grado di controllo alto |
(Tabella in Bosello,Obesità un
trattato multidisciplinare Kurtis cap4.8,Liberti,Caputo,Cuzzolaro)
TRATTAMENTO
Il trattamento dell’obesità in pazienti con un
Disturbo del Comportamento Alimentare si avvale di un lavoro di equipe
multidisciplinare integrato composta da varie figure professionali quali lo
psichiatra, lo psicologo, l’internista, il nutrizionista e il dietista .
Il comportamento alimentare va valutato sempre, nel
momento in cui giunge all’osservazione un paziente obeso. E’ necessario
raccogliere una accurata anamnesi del paziente e la storia clinica del
disturbo.
Nella raccolta anamnestica bisogna portare il
paziente a una riflessione sui possibili nessi fra stati emotivi e determinati
comportamenti alimentari. La fase diagnostica non è solo un momento di indagine
ma attraverso la chiarificazione del problema diventa momento integrante del
processo terapeutico. Nel primo colloquio è utile per poter porre una diagnosi
differenziale fra paziente obeso e paziente obeso con un Disturbo del
Comportamento Alimentare , indagare sulla percezione soggettiva del paziente di
perdere il controllo sul cibo che assume e misurarne l’introito calorico. La
diagnosi di Disturbo del Comportamento Alimentare si basa su tre tipi di
strumenti:
Per garantire l’attendibilità del momento
diagnostico e del successivo trattamento vengono usati diversi strumenti
psicometrici. Per la valutazione del decorso dell’obesità e le caratteristiche
della personalità si somministrano 3 strumenti: l’MMPI,SCL-90 e il BDI.
L’MMPI è formato da 550 items ciascuno con risposta
vero falso ed è costruito su 4 scale di validità e 10 scale cliniche. I
punteggi e il diagramma non mostrano differenze tra soggetti normopeso e obesi.
Web e collaboratori hanno riscontrato elevati punteggi di Ipocondria in pazienti con obesità grave. La
SCL-90-R è una scala autosomministrata con 5 opzioni di risposta costruita
su 9 sottoscale (somatizzazione,ossessività
ideazione paranoide ,depressione, ansia fobica, sensitività interpersonale,
ansia, psicoticismo) E’ un test nato per essere un inventario ma somministrato
a soggetti obesi non sembra rilevare aspetti patologici .
Il BDI è un test per la valutazione dei sintomi
depressivi che sembrano essere presenti nelle storie degli obesi con un
Disturbo di Alimentazione Incontrollata.
Per la valutazione del comportamento alimentare i
test più usati sono il TFEQ ,che è un questionario in grado di misurare la restrizione alimentare, la perdita di
controllo sul cibo e la percezione di fame;il DIET, un altro questionario autosommministrato dà informazioni sul modo
in cui il soggetto “si organizza” sul cibo.
Per la valutazione della presenza di un Disturbo del
Comportamento Alimentare i test da somministrare sono: il BITE, il BES, il
BULIT e l’EDE 12.0.
Wilson
ha osservato che l’EDE è una delle migliori interviste strutturate per sondare
l’assenza del controllo sul cibo.
L’EDE
(12.0D) permette diagnosi categoriali di Disturbi del Comportamento Alimentare
secondo i criteri del DSM-IV, ma è in grado anche di misurare il Disturbo di
Alimentazione Incontrollata. Insieme a un indice di gravità vengono misurate
4 aree connesse al comportamento
alimentare:
|
·
restrizione |
|
·
preoccupazione per il cibo |
|
·
preoccupazione per il peso |
|
·
Preoccupazione per la forma del corpo |
Fairburn
e Cooper,1993.
Lo
strumento presenta una buona coerenza interna e un’ottima validità predittiva e
concorrente: è da considerare il test di prima scelta per approfondire il
comportamento alimentare degli obesi in cui si ipotizza un binge eating
disorder.
L’accoglimento del cliente si struttura
sull’ascoltare attentamente quanto il paziente riferisce circa la propria
alimentazione, astenendosi da commenti giudicanti, confermando quanto il
paziente dice.
E’ sconsigliato
dare subito un regime alimentare ristretto per non incorrere in un maggiore
rischio di drop-out e peggioramento delle condizioni psichiche, ma piuttosto in
queste prime fasi è utile ascoltare i suggerimenti del paziente, chiedendo al
paziente quali “vantaggi” porti il
sovrappeso, valutando sempre la motivazione. E’ importantissimo che
l’approccio nutrizionale oltre che a costituire una sorveglianza e una
competenza medica sulle complicanze fisiche miri alla ristruttazione delle errate cognizioni che il
paziente ha del corpo e degli effetti
che i nutrienti hanno sull’organismo, in quanto recenti studi hanno messo in
evidenza che i pazienti con Disturbo del
Comportamento Alimentare non siano così estremamente informati sul cibo e
sull’alimentazione di come invece
comunemente si suppone e che invece spesso le informazioni sull’alimentazione
che questi pazienti hanno sono invece di tipo incompleto e mirate quasi esclusivamente
a sostenere le disfunzioni sul peso e sul cibo .
La
valutazione delle dinamiche psicologiche individuali viene affrontata con la
Terapia Cognitivo Comportamentale che risulta molto efficace per i pazienti con
Disturbo del Comportamento Alimentare.
Nella prospettiva cognitiva comportamentale il
terapeuta deve tenere sempre sullo sfondo
la teoria dei Sistemi Motivazionali Interpersonali, monitorando
continuamente l’emozione che di volta in volta il paziente obeso porta: questa,
insieme all’esperienza reciproca e collaborativa che il cliente percepisce,
rappresenta la base su cui incentrare l’intervento.
L’intervento Cognitivo Comportamentale si
avvale di alcuni strumenti quali:
|
·
L’ Automonitoraggio alimentare |
|
·
Il Controllo degli stimoli, |
|
·
Le Tecniche di rinforzo |
|
·
Individuazione dei meccanismi psichici che portano
all’abbuffata |
|
·
Analisi del comportamento alimentare. |
In
uno studio pubblicato di Di Caro et col., sono stati trattati con la terapia
cognitiva-comportamentale 20 pazienti obese resistenti alle terapie
tradizionali e l’80% di queste ha
riportato un miglioramento psichico. Il 33% delle pazienti con un’obesità
refrattaria dopo un anno, ha registrato un calo ponderale >5%.
Durante il
percorso terapeutico, di volta in volta, bisogna rafforzare il ruolo di
protagonista del paziente e stabilire un contratto terapeutico con degli
obiettivi raggiungibili, sottolineando che la perdita di peso è correlata ad un
cambiamento del rapporto con il cibo, evitando espressioni che puntino sulla
“forza di volontà”, spiegando invece che il controllo del peso non è un “esame”
ma un monitoraggio della terapia e che la dieta non è un sacrificio ma una
scelta (ritorno alla motivazione).
Questi dati aprono una nuova strada alla ricerca, alla
prevenzione primaria e a quella secondaria, con la conseguente riduzione dei
costi socio sanitari che i disturbi del comportamento alimentare e l’obesità
comportano.
In conclusione possiamo affermare che l’approccio al
paziente obeso che presenta un Disturbo di Alimentazione Incontrollata o
qualsiasi altro Disturbo del Comportamento Alimentare, richiede l’intervento di
più figure specializzate all’interno di un lavoro di equipe, in quanto il
trattamento è complesso e articolato, ma se iniziato tempestivamente può
portare alla remissione della sintomatologia e alla sua scomparsa in un arco di
tempo relativamente breve. I fattori da considerare in tal senso sono l’entità
dell’obesità e la durata del disturbo alimentare, la gravità della depressione
e la presenza di un disturbo di personalità borderline.
BIBLIOGRAFIA
1)AIDAP:
Rivista Emozioni e cibo; N. 9; 2003.
3)Bruce B., Wilfley D., Spiller D
. “Obesità e Binge Eating: prevalenza e significato”; Obesità Trattato
Multidisciplinare di Bosello ; 513-516 ; Ed. Kurtis 1998.
4)Brunanti A., Cavagnini F., “Classificazione
dell’obesità ” ; Obesità-Trattato Multidisciplinare 281-282;Ed. Kurtis 1998.
5)Caputo G.
”Obesità e BED: metodologie diagnostiche”; diaita - ANSISA,supplemento al N.1/97,Maggio 1997.
7)Cuzzolaro M.
“Binge Eating e Binge Eating Disorder”; diaita - ANSISA,supplemento al N.1/97,Maggio 1997.
8)D’Ecclesia
F., Mazzarini N., S. Leotta et al.: “Binge Eating Disorder ”; ADI-Magazine,
Rivista Scientifica dell’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione
clinica: Vol. VI ,N. 2, 128-131. Giugno 2002
9)Di Caro F., M.Roma M. et col: “La terapia
cognitivo comportamentale nel
trattamento dell’obesità e dei DCA con eccesso ponderale”; ADI-Magazine,Rivista
Scientifica dell’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica: Vol.
VI ,N.2, 123-127. Giugno 2002;
11)Gambino C.,Liberti S.,Cuzzolaro M.,“Obesità e
disturbi psicopatologici”, Obesità Trattato
Multidisciplinare ; 505-507 Ed. Kurtis 1998.
12) La Rosa C. ,Liotti G., ”La terapia dell’obesità
nella prospettiva cognitivo comportamentale”Obesità- Trattato
Multidisciplinare;793-796;
Ed. Kurtis 1998.
13)Liberti S., Caputo G., Cuzzolaro M., ”Le famiglie
degli obesi”;
Bosello,Obesità - Trattato Multidisciplinare
;235-238; Kurtis; 1998.
14 )LIGIO’: Linee Guidee Italiane per la gestione
dell’obesità, 1999.
15)Magnani M.,Aveni F., Cuzzolaro M.: Obesità e DCA
Bosello, Obesità Trattato Multidisciplinare 500 513;Ed. Kurtis 1998.
17)San Martino L., Caputo G., Cuzzolaro M., “Studio
psicometrico dell’obesità” ,Obesità un trattato multidisciplinare;
271-277;Ed.Kurtis; 1998.
18)Scarpi P. “Prospettive storico –antropologiche
dell’obesità”; Bosello, Obesità_ Trattato Multidisciplinare,171-174; Ed. Kurtis;
1998.”
19)Stunkard
A.J.,Wadden T.A.,“Psychological aspect of severe obesity .“ .Am.
J.Clin. Nutrition,55:524s-532s ,1992.