LA COMUNICAZIONE DEI NON UDENTI

I gesti come complemento delle parole

 

Redatto da:  Alessandra Lanari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                              

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

       INDICE

 

INTRODUZIONE

 

CAPITOLO 1: Chi è il sordo ?

      1.1     Definizioni e aspetti generali   

                   1.2     Handicap e Deficit

1.3           Osservazioni

 

                   CAPITOLO 2: La Lingua Italiana dei Segni

2.1 Aspetti storici e culturali

2.2 La LIS

2.3 La Rappresentazione dei segni

2.3.1 Luoghi

2.3.2 Configurazioni

2.3.3 Movimento

                     2.3.4 Orientamento

                       2.4 Aspetti morfo - sintattici: nomi, verbi,tempi e  modi

2.5 Come è possibile ordinare i segni nelle frasi?

 

                   CAPITOLO 3: Interventi sulla comunicazione

 

Bibliografia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

L’articolo 1 della Legge 26.5.1970 considera sordomuto “ il minorato sensoriale dell’udito affetto da sordità congenita o acquisita durante l’età evolutiva che gli abbia impedito il normale apprendimento del linguaggio parlato, purchè la sordità non sia di natura esclusivamente psichica o dipendente da causa di guerra, di lavoro  o di servizio”.

Il Decreto ministeriale 5.2.1992 stabilisce che la causa della sordità è la perdita uditiva congenita o contratta prima del 12° anno di età e corrispondente ad una ipoacusia pari o superiore a 75 decibel di media tra le frequenze 500, 1000, 2000 Hertz sull’orecchio migliore.

Questi decreti considerano, per necessità “burocratica “ la sordità solo da un punto di vista clinico e riabilitativo, andando a considerare il sordo non rieducato al linguaggio verbale “muto”.

Di contro questa tesina affronta il tema della sordità in una prospettiva socioculturale completamente diversa, in cui  ogni ‘muto’ diventa ‘parlante’ non solo se si impadronisce della parola parlata, ma quando riesce a far propri gli strumenti della comunicazione, qualunque sia la modalità di linguaggio adottata.

 E’ dunque la facoltà di linguaggio, e non la sua modalità, che consente di costruire la comunicazione e di uscire dal mutismo. E nei sordi la facoltà linguistica è intatta.

Un altro pregiudizio consiste nel ritenere che i sordi abbiano un ritardo mentale complessivo:    il loro è un deficit sensoriale e non cognitivo.

La sordità di per sé non comporta disfunzioni a livello cerebrale e psichico.

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 1 : Chi è il sordo?

1.1 DEFINIZIONI E ASPETTI GENERALI

La sordità è la riduzione più o meno grave dell’udito.

Secondo la classificazione audiologica della sordità del BIAP (Bureau International d’Audiophonologie) si distinguono quattri gradi in relazione all’entità della perdita uditiva espressa in decibel :

§         Lieve, con soglia  tra i 20 e 40 decibel;

§         Media, con soglia tra 40 e 70 decibel;

§         Grave, con soglia tra 70 e 90 decibel;

§         Profonda, con soglia uguale o superiore ai 90 decibel.

 

      All’interno della sordità profonda c’è ancora un’ulteriore suddivisione:

 

·         1° gruppo: sordità con curva pantonale che abbraccia tutte le frequenze tra i         

      125 e i 400 Hertz all’intensità di 90 decibel;

·         2° gruppo: sordità con curva dai 125 ai 2000 Hertz all’intensità uguale o 

       maggiore di 90 decibel;

·         3° gruppo: sordità con curva detta a virgola dai 125 ai 1000 Hertz ad intensità      maggiore ai 90 decibel.

 

I diversi gradi di sordità influiscono in vario modo nell’acquisizione e nello sviluppo del linguaggio vocale, per questo una corretta e precoce diagnosi eziopatogenetica è il primo passo di un approccio efficace al problema nel suo complesso. Quanto più l’educazione è precoce tanto maggiori sono le possibilità di avere risultati accettabili per lo sviluppo di una buona competenza comunicativa.

Nelle sordità lievi il bambino ha uno sviluppo del linguaggio normale, cioè non è in ritardo rispetto alle tappe più significative.

Non ha problemi di comprensione del significato delle parole, ma solo difficoltà nel discriminare alcuni fonemi (omette o altera alcuni fonemi, ad esempio confonde le consonanti /b/ con le /p/).

Nella sordità media il danno riguarda sia il significante che il significato, cioè il concetto sottostante la parola. Dobbiamo parlare in questi casi di ritardo nello sviluppo del linguaggio parlato (sia nella comprensione che nella produzione).

Se si aumenta l’intensità della voce migliora l’entità del linguaggio vocale, per cui sono indispensabili la protesizzazione e l’intervento logopedico precocissimi, prima che la componente linguistica sia compromessa.

Nella sordità grave non c’è percezione del parlato. Quello che il bambino riesce a comprendere, senza protesi anche parlando a voce molto alta vicino all’orecchio, sono la durata e il ritmo, riuscendo a distinguere, ad esempio un suono ripetuto da uno continuo.

Solo attraverso l’intervento logopedico il bambino imparerà a parlare ma a questo livello l’educazione è molto complessa ed è difficile che il sordo raggiunga una competenza linguistica completa sia nell’italiano scritto  che parlato.

 

1.2  HANDICAP E DEFICIT

La parola sordità viene generalmente usata sia per indicare il deficit sensoriale uditivo sia l’handicap che ne deriva: fra le due accezioni però esiste una profonda differenza. Con il termine deficit ci si riferisce, infatti, nel caso dei sordi, alla quantità o alla qualità della perdita uditiva, misurabili attraverso la   diagnosi audiologica. 
Le implicazioni socio-psicologiche del deficit non sono invece oggettivamente misurabili. Questo perché la lesione si traduce in una disabilità, che comporta uno o più handicap. La gravità degli handicap dipende dal valore che la cultura dominante attribuisce all’abilità in difetto.

Nel caso della sordità l’handicap che consegue direttamente al deficit è l’impossibilità di percepire e decodificare i suoni ambientali e in particolare quelli emessi dalla voce per comunicare. Come sottolinea lo psicologo russo Lev Vygotskij, per un bambino sordo la sordità rappresenta la normalità, e non una condizione di malattia: "Egli avverte l’handicap solo indirettamente o secondariamente, come risultato delle sue esperienze sociali".
Di per sé la mancanza dell’udito significa nient’altro che l’assenza di una delle modalità sensoriali attraverso cui il bambino interagisce con l’ambiente, assenza che viene compensata dall’uso di un’altra modalità sensoriale e percettiva, la vista. La compensazione è sempre un processo di crescita e di ristrutturazione globale del comportamento e della psiche del bambino portatore di deficit, e mai solo una sostituzione di una funzione con un’altra. Per questa ragione, il bambino sordo ha le stesse potenzialità di apprendimento del bambino udente.
La differenza tra i due bambini, e di cui occorre tener conto nell’educazione, sta nell’uso privilegiato nei sordi del canale sensoriale visivo anziché di quello uditivo.

 Occorre individuare perciò il carattere creativo dello sviluppo della persona portatrice di deficit: .lo sviluppo, complicato dal deficit, rappresenta un processo creativo (fisico e psicologico): la creazione e ri-creazione della personalità del bambino basata sulla ristrutturazione di tutte le funzioni e sulla formazione di nuovi processi generati dall’handicap e creanti nuove e non lineari vie di sviluppo" (L.S. Vygotskij, Pensiero e Linguaggio).
La sordità dunque, se è un problema, è innanzitutto un problema che ha le sue radici nel rapporto dell’individuo con la società. Sono la famiglia, la scuola, le istituzioni, infatti, che devono e possono trovare un modo per adattarsi alle esigenze del bambino sordo e per accoglierlo in un ambiente che consenta una crescita adeguata alle sue potenzialità.

 

 

1.3 OSSERVAZIONI

Le difficoltà di comunicazione con una persona sorda derivano spesso da una serie di pregiudizi sulla sordità ancora molto diffusi, anche tra gli addetti ai lavori. Si pensa, ad esempio, che i sordi siano muti, come dimostra l’uso stesso del termine sordo-muto.
Ma l’apparato vocale dei sordi è integro e il bambino sordo, anche mancando di una verifica da parte dell’udito, può imparare, nel corso della logopedia, a regolare l’emissione dei suoni complessivo.

 I problemi del bambino sordo riguardano piuttosto, come sappiamo, l’acquisizione della lingua verbale, perché questa viaggia sulla modalità acustica che in lui è deficitaria. Problemi da cui possono derivare complicazioni a livello cognitivo e psicologico, che si possono però prevenire con un’adeguata educazione al linguaggio. E’ la famiglia, la scuola, le strutture di competenza, che spesso non sono preparate, non sanno o non possono esserlo, per una comunicazione che sfrutti le capacità integre del sordo, tra cui la vista. Così il bambino sordo resta spesso escluso, negli anni più importanti per l’acquisizione del linguaggio, dalla comunicazione linguistica verbale che gli adulti usano con lui e fra di loro, esclusione che causa problemi nello sviluppo della lingua parlata in termini di tempi (e quindi di ritardi) e di modi (e quindi di usi non corretti della lingua).

 

CAPITOLO 2: La Lingua Italiana dei Segni (LIS)

2.1   ASPETTI STORICI E CULTURALI DELLA LINGUA ITALIANA DEI           SEGNI.

I segni usati dai sordi non sono un semplice insieme di gesti per comunicare.

Essi hanno una grammatica ben precisa, regole per declinare i verbi, per il plurale e il singolare. Costituiscono cioè una vera e propria lingua al pari delle lingue vocali.
I sordi l'hanno sempre usata, ma per molto tempo di nascosto, visto che i gesti erano considerati ‘poveri’ e si pensava - e c'è ancora chi lo pensa - che usandoli i sordi non avrebbero mai imparato a parlare.
La prima descrizione dell’uso della lingua dei segni deve risalire all’Abbè de l’Epèe che scopri che i suoi studenti sordi comunicavano attraverso  la “langue des  signes naturels” e decise di utilizzare questa tipo di comunicazione  integrandola con  aspetti della grammatica francese.

Alla fine del ‘700 il successore  dell’abate, il direttore della scuola dei sordi a Parig, Sicard, ampliò lo studio e la ricerca su la Lingua Segnata Francese (LSF) e questa venne poi tradotta negli Stati Uniti da Gallaudet.

Quest’ultimo,  ritornando poi nei primi dell’800 in Francia e avvalorandosi della competenza  di Clerc, uno dei  sordi più esperto come istruttore di LSF fondò numerosi centri in tutta l’America,  contribuendo a costruire una Lingua dei  Segni Americana (ASL) che presenta appunto molte analogie con la LSF.

In Italia abbiamo qualche notizia sulla LIS nel corso della prima metà dell’8oo, ma si deve arrivare al 1880  con il ben noto Congresso Internazionale di Milano dove si affermò la superiorità educativa del metodo oralista e del suo uso come unico metodo d’insegnamento per i sordi in Italia: "Il Congresso, considerando che l’uso simultaneo della parola e dei gesti ha lo svantaggio di nuocere alla parola, alla lettura sulle labbra e alla precisione delle idee, dichiara che il metodo orale deve essere preferito". Oggi l'atteggiamento è in gran parte cambiato, anche grazie ai molti studiosi che in diversi paesi si sono occupati delle lingue dei segni.

Si può parlare di ricerche soltanto a partire dagli anni Sessanta, quando il linguista americano William Stokoe dimostrò per primo che la Lingua dei segni americana, la Asl (American Sign Language), presenta tutte le caratteristiche morfologiche, grammaticali, sintattiche di ogni lingua naturale; come tutte le lingue del mondo, inoltre, anche le lingue dei sordi si differenziano da paese a paese e da regione a regione.

Fu sempre Stokoe il primo a descrivere, nel dizionario della Lingua dei segni americana, pubblicato nel 1965, la cultura sorda in termini sociali.

Stokoe considerò tutto ciò che la sordità produce come cultura: tradizioni che si possono tramandare, racconti e poesie in segni, e tutto il bagaglio di conoscenze teoriche e simboliche trasmesse di generazione in generazione dai sordi. Il lavoro di questo linguista americano fu veramente rivoluzionario, dal momento che, precedentemente, neppure i sordi erano consapevoli del fatto che i segni costituissero una vera e propria lingua e fossero all’origine di una cultura particolare.

A partire dai lavori di Stokoe altri ricercatori in tutto il mondo hanno iniziato a studiare le loro lingue dei segni. All'Istituto di psicologia del Cnr di Roma da ormai quasi vent'anni ricercatori sia udenti che sordi studiano la LIS, la  Lingua dei segni italiana, e hanno dimostrato che, come quella americana, essa costituisce una vera e propria lingua.

 Nel 1995 a Trieste si è tenuto il primo convegno nazionale sulla LIS, cui hanno partecipato molti sordi e udenti di vari paesi: ricercatori, operatori del settore, insegnanti, e persone semplicemente interessate.

Purtroppo gli studi sulla cultura sorda italiana, in ambito accademico, sono ancora poco sviluppati rispetto ad altre nazioni. Una tappa importante in questo panorama è stato il convegno "Cultura del gesto, cultura della parola. Viaggio antropologico nel mondo dei sordi" che un gruppo di studenti del dipartimento di studi Glotto-antropologici ha organizzato all’Università ‘La Sapienza’ di Roma nel 1996.
E’ stato il primo convegno che ha affrontato in Italia in chiave antropologica temi relativi alla sordità, con la volontà di dare un impulso a questo tipo di ricerche anche nel nostro paese. Nelle parole dei suoi organizzatori, è emersa dal convegno "un’ipotesi di partenza per una disciplina in via di sviluppo: un’antropologia della sordità che consideri l’analisi della sordità non come deficit sensoriale, ma come una risorsa generatrice di cultura".
Una cultura forse difficile da definire, visto che non esiste geograficamente ‘il paese dei sordi’, ma che molti sordi identificano proprio con la lingua dei segni.

 


2.2 LA LINGUA ITALIANA DEI SEGNI

 

Il linguaggio dei segni non è affatto universale ( come si è accennato sopra), vi sono tante lingue dei segni  quante sono le varie comunità dei sordi.

In Italia  la lingua dei segni non è stata considerata  come oggetto di studio fino agli  ultimi 20 anni  del 900 e nella ricerca si è distinto il contributo Italiano di V. Volterra e collaboratori.

La Lingua Italiana dei Segni (LIS) si definisce lingua per la  capacità di essere un sistema di simboli relativamente arbitrari con regole grammaticali  condivise da una comunità, usata come mezzo di interazione e di comunicazione tra individui, con una cultura che si tramanda di generazione in generazione.

Il termine segno invece sta ad indicare  l’insieme dei movimenti manuali e/o espressioni facciali usati dai sordi per differenziare questi, dai gesti e le pantomime condivise e usate culturalmente e metaforicamente dagli udenti.

C’è da sottolineare che nella realtà italiana non esiste una LIS condivisa ma una serie di dialetti: a livello giuridico una risoluzione del Parlamento europeo del 1988 invitava i Paesi membri a riconoscere le rispettive lingue dei segni come lingue ufficiali e l'Italia non si è ancora uniformata a questa disposizione.

La ricerca  sulle lingue dei segni di V. Volterra e collaboratori ha scoperto che esiste una forma di comunicazione  che presenta molte caratteristiche fondamentali di una lingua che si esplicano anche con una modalità diversa , visivo- gestuale, non ancorata necessariamente a modalità acustiche-vocale e biologicamente determinata.

La LIS è in parte autonoma dalla  lingua parlata ma il continum tra queste è rappresentato sicuramente  dalla lettura labiale.

La lettura labiale rappresenta una modalità di comunicazione tra non udenti e udenti e svolge nella LIS una funzione dattilologica, funzione poco usata e studiata nella lingua italiana.

Per affrontare l’argomento sulla LIS si deve considerare  l’interesse linguistico di Stokoe che rintraccia nella ASL una struttura simile a quella delle lingue vocali. L’autore osserva che come nella lingua parlata i fonemi si organizzano in parole, così nella lingua segnata  un numero di unità minime chiamate  cheremi si organizzano in segni.

Il segno viene rappresentato nello spazio e scomposto in :

·         Luogo

·         Configurazione

·         Movimento

·         Orientamento

                   Questo tipo di analisi permette un’organizzazione lessicale o sub lessicale 

                   molto  vicina alle lingue vocali. Un esempio di ciò è la presenza di coppie 

                   minime che appartengono alla lingua italiana e che si ritrovano anche nella LIS.

                   Per spiegare l’argomento ci si avvale anche di un sistema di trascrizione e     

                   notazione che come ad esempio quello ideato per la ASL da Stokoe (1979)  e

                   quello della BSL ( Brennan, Colville, Lawson;1980). V. Volterra e 

                   collaboratori hanno applicato questi sistemi di codifica  per la LIS.

Il segno è rappresentato nello spazio e di solito i segnanti sono destrimani, può essere rappresentato con una  mano o tutte e due ma anche da altre parti del corpo, come l’espressione degli occhi o la bocca.

Per quanto riguarda l’uso di una sola mano la trascrizione italiana è strutturata in questo modo:

il primo simbolo a sinistra indica il luogo dello spazio dove viene eseguito il segno  (),poi segue la configurazione della mano  (B(b)) con in basso a destra specificato l’orientamento del palmo e delle dita (  ^ ̭)  e in alto a destra il  movimento (* ִ ).

Per esempio l’aggettivo  ATTENTO sarà così trascritto :

                                                                   * ִ

                                                     B(b) ˔

                                                               

Se il segno è a due mani si trascriverà  in ordine di successione:

       -   il luogo ( Ø),

        -  la configurazione della mano sinistra (B) con l’orientamento,

                     -  la configurazione  della mano destra (B) con l’orientamento,

                     -  il movimento (÷) e all’orientamento.

                    Se il segno viene eseguito  con le mani in modo asimmetrico la mano sinistra     

                     sarà il primo elemento a venir descritto.

   

2.3 RAPPRESENTAZIONE DEI SEGNI

 

2.3.1          Luogo

                    I segni sono eseguiti in punti precisi dello spazio che prendono nome di spazio

                    segnico.

Lo spazio segnino  si estende verticalmente dall’estremità del capo  alla  vita e orizzontalmente da una spalla a un’altra.

I movimenti delle mani non devono andare mai ad offuscare il viso ,gli occhi  e il tronco che partecipano alla comunicazione.

I luoghi identificati sono 15, criterio basato maggiormente sulla base delle coppie minime;la BSL e la ASL possiedono rispettivamente 23 e 12 simboli.

La maggior parte dei segni viene eseguito nello spazio neutro che è lo spazio in cui le mani protese in avanti  si muovono liberamente e spontaneamente .

 E’ uno spazio piuttosto “ libero “.

Gli altri luoghi sono quelli segnati sulla faccia ,sul parte superiore del capo, il mento, il gomito ,gli occhi, sul naso, il collo .

 Nella ASL è il luogo a segnare il sesso (maschile = toccare la fronte; femminile = toccarsi la guancia) nella LIS invece è solo la configurazione.

 

2.3 .2 Configurazioni

Il termine configurazione sta a definire l’aspetto motorio solamente delle mani. Nella LIS le configurazioni sono 38.

Nella ASL sono 19 le configurazioni individuate da Stokoe ma molte sono le varianti definite allocheri che corrispondono nella Lingua Italiana agli allofoni.Nei casi in cui il segno ha un aspetto semantico come le parole DURO ad esempio, si utilizza una metafora visiva secondo la proposta di Boyes-Braem.

Lingue dei segni diverse possono scegliere per uno stesso concetto metafore visive diverse.

Può essere usata solo una mano o anche tutte e due.

Nella LIS un tipo di configurazione in cui viene usata una sola mano, con pugno chiuso e indice disteso viene usata anche come riferimento pronominale, possessivo (mio,tuo),come avverbio di luogo e tempo (qui,lì, domani,ieri).

 

2.3.2          Movimento

Il movimento di cui qui si parla  sta ad indicare quel movimento nell’eseguire il segno.

Per la ASL Stokoe individuò 24 movimenti  che sono validi ancora oggi per la LIS.

Friedman ha suddiviso questi in 4 categorie andando ad indicare:

 

             - Direzione

            -  Maniera

             -  Contatto

             - Interazione

 

      Nella LIS la Direzione del movimento, se non specificata,  è rappresentata  

      come  segue e rappresenta dove si spostano le mani :

 

Verso destra

Verso sinistra

Z

Continuo destra-sinistra

Verso il segnante

Verso l’avanti

I

Continuo avanti e dietro

 

 

Per quanto riguarda la Maniera questa specifica come si muovono le mani.La Friedman individua 9 modalità che nella LIS arrivano a 17, alcune di queste sono:

·         Dritto, non esiste un simbolo specifico per questa categoria, ma le mani tracciano una linea retta da un punto a un altro

·         Circolare, comprende movimenti arcuati e ellittici

·         Braccio e Avambraccio prominenti

·         Torsione dei polsi

·         Piegamento del polso

·         Piegamento delle nocche, nel segno “PITTURA”

·         Piegamento delle giunture intercarpali

·         Apertura delle dita e della mano

·         Chiusura della mano/dita

·         Sbriciolamento, che si ritrova in segni come “SOLDI”

 

Il Contatto sta ad indicare la possibilità della mano,  durante, alla fine o lungo tutta l’esecuzione  del segno di toccare il corpo e può riguardare anche due  parti del corpo. Il simbolo del contatto è X e può avere diverse modalità rispetto al movimento:

 

 

X

Contatto finale

Ẍ̇

Contatto ripetuto

X(M)X

Contatto Spostato

(M)X(M)

Sfioramento

 

                     L’interazione fa riferimento a quei segni che si avvalgono dell’uso

                     congiunto delle mani che si possono muovere simmetricamente ma non

                    identicamente oppure in direzioni diverse. I tipi dell’interazione possono

                     essere vari (accostamento,direzione,divisione….)

 

2.3.3          Orientamento

L’orientamento serve a definire la posizione delle mani, il rapporto che le mani hanno tra di loro , con il corpo e nello spazio. Stokoe ha definito l’orientamento  riferendosi  specificatamente all’orientamento del palmo. Nella  LIS si dà maggior attenzione al polso  e al metacarpo .

Il polso può essere semplicemente  piegato, piegato all’indietro e di lato.

Il palmo e il metacarpo possono stare verso l’alto-basso,sinistra –destra.

 

2.4   ASPETTI MORFO - SINTATTICI:

NOMI, VERBI, TEMPI E MODI.

Mettendo  a confronto la LIS con altre lingue  vocali che possiedono una ricca morfologia , si ha l’impressione che questa lingua dei segni sia piuttosto carente da un punto di vista morfo- sintattico.

In realtà non è proprio così.

Da tempo si è osservato come le lingue vocali si differenziano per gli elementi lessicali.

L’italiano o il latino per esempio sono lingue che flessive che si avvalgono di alterazioni fonologiche degli elementi lessicali per distinguere tra nomi e verbi, tra categorie e generi diversi..Il cinese o l’inglese lingue prevalentemente analitiche invece si avvalgono di strumenti completamente diversi come ad esempio il tono, gli strumenti semantici, pragmatici e sintattici.

Nelle lingue dei segni ,prendendo in considerazione le ricerche condotte sulla  ASL (Klima e Bellugi;1979), gli strumenti morfologici differiscono totalmente da quelli delle lingue vocali: le flessioni nelle lingue dei segni vengono simultaneamente sovra imposte o incorporate negli elementi lessicali come tratti di uno o più dei loro elementi fonologici o morfofonologici costitutivi.

Un altro tipo di problema riguarda la temporalità di un evento in riferimento al tempo reale dell’enunciato linguistico, cioè il tempo verbale.In quasi tutte le Lingue dei segni si parla a proposito di una linea immaginaria chiamata linea del tempo che è situata sul piano orizzontale all’altezza della spalla  e che parte da dietro il segnante.Ma come si distingue il tempo passato, il futuro e il presente?I segni del futuro sono articolati davanti al segnante, il passato viene segnato in uno spazio che parte dalla spalla fino a dietro le spalle mentre il presente viene compreso fra questi due spazi.

Un altro aspetto morfo- sintattico è quello che abbraccia i pronomi possessivi, personali e dimostrativi oltre che tutti gli avverbi.Spesso questi vengono segnati con spostamenti del corpo, della testa, direzione dello sguardo e si caratterizzano per un modo più simultaneo e coinciso di quanto avvenga nelle lingue vocali.

Riferendoci alla LIS possiamo considerare la sua morfologia nominale e verbale composita: in molti casi le distinzioni tra nome e verbi non sono morfologicamente marcate, in altri lo sono e interessano diversi tratti del movimento e del luogo dei segni.Il primo caso include nomi e verbi che differiscono significativamente nei loro tratti fonologici : un esempio è la coppia bere – bicchiere dove la differenza di segno è costruita sul movimento.Un altro tipo di segni che è rientra nel primo caso riguarda quei nomi e verbi che hanno in comune tutti gli elementi fonologici e il segno assume un significato a seconda del contesto.

Nel secondo caso nomi e verbi appaiono morfologicamente distinti, di solito queste coppie hanno sempre in comune la configurazione, mentre la differenziazione morfologica fra nomi e verbi è data principalmente dal movimento e dai suoi spazi temporali (ampiezza , direzione,presenza/assenza ripetizioni).In questo tipo di segni di solito i nomi sono caratterizzati da un movimento breve e contenuto e da una certa stazionarietà nel luogo, i verbi invece hanno una certa mobilità nello spazio.

Osservando i segni nominali da un punto di vista topologico possiamo distinguere 2 classi :

1°classe : i nomi si segnano su diversi luoghi del corpo del segnante

2°classe : i nomi si segnano sullo spazio neutro.

Ma come si fa a specificare il singolare dal plurale o l’articolo determinativo da quello indeterminativo?

Se il nome è plurale il segno è moltiplicato,ma spesso si può ricorrere anche ad aggiungere un altro segno al nome che vogliamo fare plurale (Es. : DONNA-TANTE DONNE).

Anche peri verbi si possono distinguere in classi.

La LIS ne individua 3.

La prima classe è quella dei verbi che hanno come luogo di articolazione il corpo e conservano  inalterata  la loro forma, può aggiungersi verbo il segno pronominale.La seconda classe comprende verbi che si segnano nello spazio neutro, che non toccano il corpo e sono segnati con un movimento fra due punti dell’articolazione. Questi verbi possono specificare  morfologicamente a secondo del contesto la persona e il numero, le relazioni grammaticali.(Es.: PENSARE, IO /LEI PENSA).Ci sono due sottoclassi all’interno della 2° classe (sottoclasse A e B) che specificano se l’argomento va dall’oggetto al soggetto e/o viceversa.La terza classe comprende verbi che possiedono solo un luogo di articolazione con 2 sottoclassi (A e B) che hanno la funzione di soggetto/oggetto.

Ci si può chiedere come è possibile segnare il tempo di questi verbi, non esistendo nella LIS flessioni verbali temporali come nella lingua italiana.

Abbiamo già detto sopra che il tempo in quasi tutte le lingue dei segni è scandito con una  linea del tempo (citato sopra), questo vale anche per la LIS, ma esistono altri aspetti.

Per esempio il segno “FATTO”  ha significato sia  aspettuale che di tempo e

può essere usato accanto ai verbi  per specificare l’azione passata.

Con il termine aspettuale ci si riferisce alle alterazioni degli aspetti qualitativi del movimento di esecuzione dei verbi che può essere repentina andando a sottolineare l’improvvisazione del fatto, o continua andando a definire il ripetersi dell’azione in un periodo di tempo.

Tra gli aspetti morfologici sintattici non si deve tralasciare il sistema pronominale. I dati disponibili evidenziano due tipi di indici:

·         Manuali

·           Non Manuali

Gli indici manuali corrispondono ai pronomi personali, possessivi,dimostrativi e sono segnati con l’indice teso e il pugno chiuso; le differenze tra genere  dipendono  dal contesto e dal movimento di ciascun segno(questo si differenzia totalmente dalla lingua italiana).

Gli indici non manuali includono spostamenti nella direzione dello sguardo, spostamenti nella postura del corpo, del collo, delle spalle del segnante e un’enfatizzazione dell’espressione facciale.

C’è da considerare  che tutti i pronomi personali, possessivi, dimostrativi e le forme locative sono formalmente simile o potremmo dire identiche non solo ad altra lingue segnate ma ai gesti naturali degli udenti: questi segni possono essere considerati univocamente determinati da modalità visivo –gestuali.

Un problema che si pone per la LIS ,e anche per le lingue dei segni, è l’aspetto prosodico e tonale del linguaggio parlato  italiano o l’uso interrogativo del do inglese che è strutturato anche su questo aspetto.

Nella LIS l’intonazione è data dalle componenti non manuali.

La testa e le spalle sono coinvolte quando in un discorso ci sono più personaggi e oggetti da segnare e gli spostamenti possono essere diversi:

-          Spostamenti degli occhi in tutte le direzioni,

-          Spostamenti posturali

-          Spostamenti di espressione faccia

Ci si può chiedere come possa essere segnata la forma  superlativa degli aggettivi .

Come si fa a differenziare tra l’aggettivo GRANDE e GRANDISSIMO?

La differenza sta nell’enfatizzazione del segno con una dilatazione dell’espressione, la bocca aperta e gli occhi spalancati.Viceversa il contrario di GRANDISSIMO –PICCOLISSIMO- è rappresentato  con le spalle che tendono a chiudersi la bocca socchiusa e gli occhi strizzati.

Una considerazione da fare è che  la scelta delle espressioni facciali non è in tutti i segnanti uguali e può essere definita da uno stile cognitivo e metacognitivo diverso da persona a persona.

 

 

2.5   COME E ‘ POSSIBILE ORDINARE I SEGNI NELLE FRASI?

Nelle lingue vocali  la costruzione delle tipologie linguistiche ha dominato gran parte della ricerca a partire dal 1960.

Negli ultimi 30 anni del ‘900, l’attenzione si è spostata  sull’ordine degli elementi delle frasi nelle lingue segnate e soprattutto sulla ASL, accorgendosi che il canale acustico –vocale e visivo gestuale impongono restrizioni assai diverse.

Sono almeno due le funzioni che le attività non manuali possono svolgere per la funzione strutturale della grammatica, infatti possono assumere una funzione lessicale (il formare parole) e una funzione sintattica (il formare frasi).

Riferendosi agli studi della Fisher (1975) e di Liddell(1980), sull’ordine nella ASL si può constatare che l’ordine SOGGETTO – VERBO –COMPLEMENTO (SVO) cambia  nei casi in cui 

·         l’elemento è topicalizzato

·         il  soggetto e l’oggetto sono irreversibili (frasi in cui  uno solo degli elementi

·         nominali può essere anche soggetto

·         quando il segnante fa uso dello spazio  per indicare meccanismo grammaticali.

Possiamo fare degli esempi in base a ciò e gli ordini possibili sono (per la Fisher la virgola corrisponde all’intonazione delle lingue vocali): O, SV - VO, S - SOV.

Per quanto riguarda la LIS  abbiamo una serie di dati ricavati dalla stessa metodologia della Fisher e da una ricerca  sperimentale sui soggetti sordi dalla nascita a confronto con soggetti udenti , utilizzando

come strumento il disegno, (Voltera, Corazza e collaboratori;1984)

Da questa ricerca italiana risulta che  l’ordine SVO è il più frequente con spostamenti O, SV - VO, S; nel caso di frasi reversibili la frequenza Nome –Verbo-Nome (NVN) corrisponde a SVO, la sequenza NNV = OSV e la sequenza VNN= VOS.

Tutte le altre possibili combinazione sono accettabili tranne Oggetto-Verbo- Soggetto e Verbo- Soggetto-Oggetto.

Per quanto riguarda l’aspetto semantico è soprattutto  l’ordine degli elementi a rivestire un ruolo cruciale nell’interpretazione delle relazioni semantiche

Nell’italiano parlato la costruzione possessiva è la seguente:

 

posseduto-preposizione-possessore (es.”La radio di papà”)

 

Nella LIS diventa:

 

possessore- possessivo-posseduto (es.”Papà sua –di lui- radio”)

 

Sono moltissime le considerazioni e i confronti  da fare sull’ordine delle frasi tra lingua segnata e scritta: nelle lingue segnate c’è da considerare una variabile sempre “costante”(K) che non c’è nelle lingue parlate  che è l’estensione spaziale oltre a quella temporale.Questa relazione spazio –temporale  implica che le relazioni siano sempre reciproche e di conseguenza le regolarità vanno ricercate sia nell’ordinamento lineare dei segni che nella loro organizzazione spaziale.

 

CAPITOLO 3: Interventi sulla comunicazione

La scelta oralista ha dominato in modo quasi assoluto, dal Congresso di Milano del 1880, il panorama italiano sull’educazione linguistica dei sordi. Come si è sopra accennato solo da circa vent’anni, a partire dalle prime ricerche sulla Lingua italiana dei segni (Lis) portate avanti dal gruppo di lavoro della dott.ssa Virginia Volterra (Istituto di Psicologia del Cnr), si è incominciato anche in Italia a parlare di altri metodi in logopedia.

 Nell’educazione al linguaggio del bambino sordo oggi è dunque possibile scegliere tra vari percorsi riabilitativi.

Tre sono le principali aree:

Prima area:

Metodi Oralisti

Tutti i metodi oralisti condividono l’esclusione, nell’educazione al linguaggio parlato e scritto, di qualsiasi uso dei segni. Essi puntano maggiormente sul potenziamento della lettura labiale su cui si basa  ancora oggi la maggior parte della comunicazione tra udenti e non udenti.A questo proposito possiamo considerare delle regole per la lettura labiale . Per consentire al sordo una buona lettura labiale la distanza ottimale nella conversazione non deve mai superare il metro e mezzo.La fonte luminosa deve illuminare il viso di chi parla e non quello della persona sorda: bisogna parlare con il viso rivolto alla luce.Chi parla deve tenere ferma la testa e il viso di chi parla deve essere al livello degli occhi della persona sorda. Occorre parlare distintamente, ma senza esagerare,nè bisogna in alcun modo storpiare la pronuncia. La lettura labiale infatti si basa sulla pronuncia corretta
 Si può parlare con un tono normale di voce, non occorre gridare moderando la velocità del discorso: né troppo in fretta, né troppo adagio.Usare possibilmente frasi corte, semplici ma complete. Non occorre parlare in modo infantile. Mettere in risalto la parola principale della frase. Usare espressioni del viso in relazione al tema del discorso.Non tutti i suoni della lingua sono visibili sulle labbra: è necessario che la persona sorda possa vedere tutto ciò che è visibile sulle labbra. Quando si usano nomi di persona, località o termini inconsueti, la lettura labiale è molto difficile. Se il sordo non riesce, nonostante gli sforzi, a recepire il messaggio, anziché spazientirsi, si può scrivere la parola a stampatello. Oppure usare, se la si conosce, la dattilologia (l’alfabeto manuale).Per la persona sorda è difficile seguire una conversazione di gruppo o una conferenza senza interprete. Occorre quindi aiutarlo a capire almeno gli argomenti principali attraverso la lettura labiale, trasmettendo parole e frasi semplici e accompagnandole con gesti naturali. Un'altra caratteristica dei metodi oralisti è il privilegiare nell’educazione alla lingua parlata e scritta l’aspetto della produzione piuttosto che quello della comprensione, che è invece preponderante soprattutto nelle prime fasi dell’acquisizione spontanea del linguaggio nel

bambino udente.

Tra i massimi esponenti dell’oralismo italiano si trovano M. Del Bo e A. Cippone De Filippis, che focalizzano l’intervento logopedico in alcuni punti essenziali, quali:

 l’esatta valutazione del deficit

l’immediata protesizzazione

la collaborazione della famiglia nell’intervento logopedico

l’integrazione nelle scuole normali.

Tutti questi aspetti della metodologia oralista sono comuni anche ai metodi misti , cioè a quei metodi che utilizzano i segni nella terapia e che hanno anch’essi come obiettivo l’insegnamento della lingua vocale al bambino sordo. La grande differenza tra i due metodi non risiede solo nell’uso dei segni, ma anche nell’approccio verso la famiglia e nella scelta di quali ambiti del linguaggio privilegiare (comprensione vs. produzione). I genitori hanno sempre un ruolo fondamentale nell’educazione al linguaggio del bambino sordo, ma nel caso dei metodi oralisti questo compito viene affidato in modo eccessivo alla famiglia e soprattutto alla madre, il cui coinvolgimento può portare ad una confusione dei ruoli (madre e insegnante-logopedista) con pesanti conseguenze psicologiche.

Seconda area:

Metodi misti

Da molti operatori del settore i segni cominciano ad essere considerati un ausilio da utilizzare durante la terapia di educazione al linguaggio orale, oltre che durante l’iter scolastico.

Nel metodo logopedico misto o bimodale si utilizza l’italiano segnato (IS): la parola vocale è accompagnata dal segno corrispondente, pur lasciando inalterata la struttura della lingua verbale. ‘Bimodale’ significa doppia modalità e infatti nella metodologia bimodale vengono utilizzate la modalità acustico-verbale, poiché si parla, e la modalità visivo-gestuale, perché si segna, ma un’unica lingua: l’italiano.

Oltre all’italiano segnato, nel metodo bimodale si può far uso dell’italiano segnato esatto (ISE): si utilizzano cioè, per tutte quelle parti del discorso a cui non corrispondono dei segni (articoli, preposizioni, plurale dei nomi) gli evidenziatori, cioè dei segni artificiali, e la dattilologia (l’alfabeto manuale).

L’obiettivo del metodo bimodale, comune a metodologie più ‘tradizionali’, è la migliore competenza possibile del bambino sordo nella lingua parlata e scritta.

In pratica, quando si parla con il bambino sordo, si dà un supporto gestuale a tutto quello che viene detto. I segni divengono così una sorta di ‘stampelle’ che il bambino usa quando non è ancora abbastanza padrone del linguaggio verbale, per poter rispettare le stesse tappe evolutive del bambino udente

Per quanto riguarda la scelta dei contenuti, che si cerca di trasmettere al bambino nel corso della terapia, si tiene conto, seguendo le più aggiornate ricerche sull’acquisizione e sullo sviluppo del linguaggio nel bambino udente, di tutti gli aspetti del linguaggio (fonologico, morfosintattico, semantico, pragmatico) e dei suoi diversi contesti: parlato e scritto. Viene data inoltre priorità alla comprensione del linguaggio rispetto alla produzione.

Terza area:

 

Educazione bilingue

L’educazione bilingue consiste nell’esporre il bambino sordo contemporaneamente alla lingua vocale e alla lingua dei segni. I fautori di questo approccio partono dalla considerazione che le persone sorde acquisiscono con molta facilità la lingua dei segni, a differenza di quanto accade con la lingua vocale, perché i segni viaggiano sulla modalità visivo-gestuale e, quindi, su un canale integro.

La concretizzazione di un’educazione bilingue dl bambino sordo nella realtà implica una serie di problematiche sia in ambito linguistico che psicologico. Tra queste, prima fra tutte la difficoltà di esporre precocemente alla lingua dei segni il bambino sordo figlio di genitori udenti, che non la conoscono o se l’hanno imparata non è per loro comunque una prima lingua. Un’altra difficoltà consiste in questo: quanti sono i sordi veramente competenti nella LIS e quindi in grado di trasmetterla? Su una popolazione sorda italiana dell’1 per mille, sono solo il 5% i sordi figli di genitori sordi che hanno ricevuto la lingua dei segni come lingua madre. Ma è anche vero che negli ultimi tempi la comunità dei sordi italiana si è in qualche modo riappropriata, dopo quasi un secolo di letargo, del problema dell’educazione al linguaggio dei suoi membri. Molti sordi si stanno infatti impegnando in attività scolastiche o di insegnamento della LIS.

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

                                                               i.      V.Volterra ; La lingua italiana dei segni,Il Mulino,1987

 

                                                             ii.      Corsetti R.; Appunti di Psicopedagogia del linguaggio e della comunicazione, Dispense.

 

                                                            iii.      Corazza , Caselli , Atti del 1 Congresso Nazionale sulla LIS Trieste 13-15 settembre 1995;Ente Nazionale Sordomuti Onlus, 2001.

 

                                                           iv.      Psicologia dell’handicap e della riabilitazione,Zanobini M., Usai M. C.,Franco Angeli ,2000.

 

                                                             v.      Marcelli, Psicopatologia del bambino,Masson,1999.

 

                                                           vi.      L.S. Vygotskij, Pensiero e Linguaggio-Ricerche psicologiche. A cura di L. Mecacci, Bari Laterza, 1990