Redatto da : Alessandra Lanari
METACOGNIZIONE
E
DISTURBI DELL’APPRENDIMENTO
L’attuale
ricerca psicopedagogia sottolinea il ruolo cruciale ricoperto dalle abilità
cognitive di base e metacognitive, nel processo di apprendimento e di studio.
Nel quotidiano,
gli insegnanti constatano spesso la difficoltà da parte di alcuni alunni
nell’organizzare proficuamente la loro attività di studio in ogni momento della
vita scolastica. In questo lavoro vengono presi in considerazione diversi
autori e diversi ambiti della metacognizione funzionali per un intervento sui
Disturbi Specifici dell’Apprendimento.
Quando
si parla di metacognizione ci si riferisce all’insieme delle attività psichiche
che presiedono al funzionamento cognitivo, etimologicamente il suffisso greco
μετα indica proprio
l’andare “al di là –oltre “ la cognizione.
I primi studi sulla metacognizione possono essere fatti
risalire agli esperimenti sulla memoria partendo da Ebbingghaus fino ad
arrivare ad Hull, che avevano lo scopo
di astrarre dei principi generali sul
funzionamento della memoria. Piu’ tardi il Comportamentismo con il modello
Stimolo – Risposta (S-R) considerando la mente come una scatola nera, non inferì alcun tipo di variabile cognitiva che
potesse sottostare al processo di pensiero. Bisogna riferirsi agli studi di
Tulving e Craick per comprendere come il comportamento di ricordo della memoria
sia funzione anche del
tipo di
elaborazione che sottende il processo.
Un passo avanti
nello studio della metacognizione avvenne nel 1968 con Atkinson e Shiffrin, che elaborarono un
modello del funzionamento cognitivo che diversifica la mente (con una memoria a
breve e a lungo termine), non solo dai processi relativi al flusso
dell’informazione, ma anche dai processi di controllo. Questo ultimo argomento
suscitò l’interesse solamente degli psicologi cognitivisti che intuirono quanto
l’argomento potesse essere applicabile in molti contesti.
Shiffen
e Scheider iniziarono a studiare e a
distinguere i processi automatici e controllati
contribuendo ad inasprire una diatriba sull’atto di volontà o meno dei processi
di controllo, che in tempi recenti
Shallince ha rivisto alla luce del CAP model e del modello di Newel, argomentando in
quanti modi e livelli diversi il controllo possa essere concettualizzato,
ipotizzando funzioni, in rapporto ai sistemi di controllo, in passato mai prese
in considerazione .
Nel
panorama cognitivista il termine strategia ha avuto sempre delle “relazioni “
con i processi di controllo, ma mai una collocazione: il termine è stato usato
in psicologia del pensiero e tra gli psicologi generali ma spesso in
un’accezione più critica che funzionale allo studio.
Belmont
e Butterfield (1971) considerano le strategie di apprendimento come le
determinanti dei deficit di memoria; questo non stupisce se consideriamo che la strategia in passato è stata accomunata a una variabile
artificiale aggiunta che lo sperimentatore non era in grado di controllare.
In
tempi recenti invece possiamo affermare, come si deduce dai lavori di Kirby,
che i processi messi in atto sono
funzione della strategia adottata.
Da
tutto ciò si deduce che la strategia risulta tale (cioè strategica) perché costituita dai processi in atto che possono
essere supervisionati da altri processi,
come quelli di controllo appunto.
Quando
i compiti sono più complessi o di
maggior durata la strategia è cruciale e facilita la prestazione: a questo
proposito si parla di strategie volontarie e consapevoli e di altre che invece
non lo sono.
Quando
si parla di metacognizione si prendono in considerazione due ambiti diversi:
la conoscenza metacognitiva e i processi di controllo. La conoscenza
metacognitiva è l’idea che un individuo
ha sviluppato sul funzionamento mentale relativa a tutto quello che è
immagazzinato nella MLT (Memoria a Lungo Termine).
Dare
una definizione dei processi metacognitivi di controllo non è semplice e spesso
conoscenza
metacognitiva e processi metacognitivi
di controllo sono termini confusi : Cornoldi li definisce come
“l’insieme dei processi che presiedono i processi cognitivi durante la loro
esecuzione “ .
Storicamente
l’interesse per i processi di controllo può essere fatto risalire alla
cibernetica e al modello ipotizzato da Miller, Galanter e Pribmam
negli anni ’60, centrato su una nuova unità di analisi legata al piano di
comportamento, visto come un prodotto di elaborazione dell’informazione:
l’unità TOTE (Test-Operate-Test-Exit).Secondo questo modello il comportamento è
il risultato di un processo di verifica (Test) continua e retroattiva del piano
di azione, volto a ottenere un certo
risultato finale (Exit) raggiungibile attraverso continue correzioni (Operate).
A
Flavell spetta il primo modello “rudimentale” sulla metacognizione del 1971 che
si definisce su 3 componenti: le conoscenze - le esperienze - l’uso della
strategia.
Insieme
a Wellman nel ’77, Flavell arriva a considerare le conoscenze
metacognitive :
·
Del soggetto su di sé
·
Delle caratteristiche del compito
·
Del tipo di materiale
·
Delle strategie adatte al compito
Nel
secondo modello (1981) Flavell amplia il suo discordo sulla metacognizione,
spiegando la funzione monitoring dell’individuo grazie all’introduzione di 4 componenti:
1
mete cognitive
2
conoscenza
metacognitiva
3
esperienze metacognitive
4
atti
cognitivi.
Il
ruolo dell’attività di controllo relativa ai processi cognitivi è stata
chiarita anche dalla Brown e collaboratori in numerosi lavori centrati sulla
pianificazione dell’attività cognitiva.
Secondo
questi autori i processi di controllo possono essere operazionalizzati in
relazione a strategie di:
Certamente
la metaconoscenza è stata da molti considerata come meccanismo di controllo ma
questa funzione non è necessariamente definita
solo sulla consapevolezza: si
ipotizza l’intervento di processi
altrettanto inconsapevoli e involontari come avviene per quelli cognitivi di base( Nisbett e
Wilson ).
Cornoldi
individua alcuni fondamentali processi metacognitivi di controllo
nell’esecuzione e nella prestazione dei compiti, tra cui ad esempio l’Automonitoraggio, gli Aggiustamenti del
piano implementato, l’ Autovalutazione,
l’ Autorinforzo, la Previsione,
Il Coordinamento dei processi, l’Esame delle alternative e la
Valutazione del feedback.
Ma
come funzionano i processi metacognitivi di controllo?
I
processi di controllo, come tutte le attività di controllo, possono funzionare
ad un livello di automaticità senza la consapevolezza del soggetto: infatti
siamo in grado di conoscere il contenuto del nostro pensiero, ma non i processi che accadono quando pensiamo.
Alcuni
processi hanno una funzione di monitoring: ciò permette al sistema di
controllo di funzionare attraverso una procedimento di step, come accade per
esempio per l’omeostasi corporea, e i segnali
vengono così controllati con un
sistema a retroazione.
Lo
studio dei processi di previsione è un'altra area interessante per chiarire il
ruolo della consapevolezza della conoscenza metacognitiva.
L’attività
di previsione può riguardare vari
compiti di memoria:
§ l’apprendimento
§ il
mantenimento
§ il
recupero dell’informazione
Un
aspetto su cui focalizzare l’attenzione
è capire se la funzione della previsione è la manifestazione del funzionamento
cognitivo o invece un fattore che
collabora con i processi cognitivi.
In
quest’ottica i disturbi specifici dell’apprendimento vengono
inquadrati nell’ottica dei disturbi metacognitivi. Infatti negli ultimi
venti anni la metacognizione ha acquistato una interesse diagnostico e riabilitativo in molti settori tra cui la scuola, la ricerca psicologica, la
pedagogia, l’intervento riabilitativo e definendosi così su aree di studio
nuove, come la relazione tra attività mentale e processi di apprendimento.
Diversi
approcci, dal cognitivismo più classico, considerando anche i contributi
della psicologia dinamica, fino ad
arrivare alla psicologia sociale, hanno
contribuito alla riflessione sulla metamemoria, su quella branca della
metacognizione ,che si interessa specificamente della memoria.
All’interno
della metamemoria possiamo riconoscere oggetti di studio diversi, che non
operano solo a livelli di consapevolezza
e attraverso modalità di acquisizioni,
ma anche “fattori emotivi”, o come li
definisce ancor meglio Flavell con il termine di sensibilità metacognitiva.
Anche
l’esperienza diretta con l’ambiente culturale (insegnanti, genitori) diventa
bagaglio formativo per la conoscenza
metacognitiva .
L’atteggiamento
cognitivo permette al bambino di riconoscere le proprie capacità sul pensiero e
questo diventa cruciale in età evolutiva,
dove lo sviluppo della metacognizione costituisce la soluzione di
continuo con lo sviluppo cronologico e intellettivo, aumentando la prestazione
sulla memoria e l’apprendimento del bambino.Questo non sembra contraddire il
dato per cui bambini con ritardo mentale abbiano un deficit metacognitivo, ma
la tesi interessante per la studio sulla metamemoria è che, se i soggetti sono pareggiati con livelli
intellettivi generali di soggetti anche senza ritardo, il deficit risulta
ugualmente; questo aspetto è riscontrabile anche nelle difficoltà riabilitative
che autori come Borkowski e Cornoldi
hanno incontrato e affrontato
proponendo, accanto all’insegnamento della
strategia, un training metacognitivo.
Questo
tipo di training prevede una parte generale sulla metamemoria basata sulla
problematizzazione del ricordare e sulla sensibilizzazione al fenomeno della
dimenticanza. Esso comprende attività collegate agli eventi quotidiani, come
sottolineare l’utilità di usare strategie per ricordare in varie occasioni
(ritrovare domani una cosa che sto mettendo a posto, svolgere un incarico in un
momento determinato); prevede anche una costante valorizzazione del ruolo
dell’impegno, anche attraverso il ricorso a simulazioni.
Si
possono ad esempio mostrare due adulti, uno impegnato e uno distratto che
giocano al Memory, indirizzando la riflessione sui motivi che conducono
alla vittoria. A questo può fare seguito un insegnamento strategico generale
che crea i presupposti per apprendere e generalizzare la strategia. De Beni
(1989)riporta anche l’insegnamento di una strategia mnemonica immaginativa.
Esistono
dunque diversi aspetti che devono essere considerati quando si affronta
l’argomento sulla metamemoria.
Alcune
ricerche si sono concentrate sulle tappe evolutive della conoscenza
metacognitiva (Vianello, Cornoldi e Moniga,1991-Cornoldi, Caponi, 1989)
studiando la metamemoria sui bambini, sia con la procedura del questionario che
con interviste , racconti e giochi.
Una
serie di ricerche ha preso in considerazione la capacità di influire
direttamente sullo sviluppo metacognitivo del bambino attraverso l’istruzione.
Sono
stati osservati i diversi modi di proporre l’insegnamento : nelle scuole
tedesche ad esempio, agli studenti è
impartita una competenza strategica per
lo studio, invece che nozionistica. Un altro esempio è quello dell’istruzione
nord americana che usa come strumento di
valutazione scolastica l’impegno dello studente.
Nella
trattazione sulla metamemoria e sulla metacognizione non si può trascurare il
ruolo dei correlati neurologici di queste conoscenze.
Grazie
agli studi sul neocortex possiamo constatare che il lobo frontale è
sicuramente implicato in questi processi. Specificatamente si deve indicare la
corteccia prefrontale come punto nodale nei processi metacognitivi: sono
proprio queste le aree che in seguito a lesioni, mostrano nell’uomo deficit di inibizione
delle risposte, nell’uso delle strategie motorie e la perseverazione.
I
correlati neurologici funzionano sicuramente a vari livelli, ma quando il deficit riguarda l’area
prefrontale tutti i vari tipi di memoria falliscono.
Parlando
di disturbi, il termite Disturbo dell’Apprendimento raccoglie in sé diversi
significati e può riferirsi a casi sia
di ritardo mentale sia a casi in cui
sono manifesti disturbi specifici dell’apprendimento relativi a competenze quali la scrittura ,lettura ,
calcolo. Il termine Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA) sta a
differenziare tale entità nosografia da
difficoltà generalizzate, che coinvolgono le abilità cognitive nel loro
complesso ad esempio il ritardo mentale,
ma anche all’interno dei DSA esiste una forte disomogeneità caratterizzata
dall’eterogeineità del disturbo.
Il
National Joint Committe On Learning Disabilities del 1998 utilizza il termine
Learning Disabilities per riferirsi a un
gruppo eterogeneo di disturbi che si
manifestano con significative difficoltà nell’acquisizioni e nell’uso di
capacità quali l’ascolto, l’espressione , la lettura , la scrittura , il
ragionamento e il calcolo.
E’
molto difficile individuarne le cause, le manifestazioni e le condizioni di
questo disturbo e vanno considerati i processi di acquisizione dei prerequisiti
cognitivi, affettivi -motivazionali, la didattica e l’ambiente familiare;
nessuno di queste aree può essere trascurata per lo studio e l’intervento.
La
diagnosi rappresenta un punto nodale per l’intervento sui disturbi
dell’apprendimento e dipende dalla tempestività e dalla precoce messa in atto
di
strategie
educative per ridurre l’insuccesso scolastico.
I
prerequisiti necessari per l’acquisizione di capacità di lettura e
scrittura possono essere individuati
nella consapevolezza fonologica, la conoscenza precoce delle lettere, la
capacità della memoria di lavoro.
Un
metodo proposto per individuare i bambini con Disturbi Specifici
dell’Apprendimento, proprio in relazione alle abilità scolastiche è il metodo basato sul concetto di “ discrepanza”.
Tale
criterio si riferisce alla differenza tra il livello intellettivo generale e il
reale successo scolastico del bambino, cioè tra il livello di prestazione
atteso e quello realmente ottenuto.
Ma
che cosa si intende per discrepanza? Cornoldi individua 3 criteri fondamentali.
Il
primo criterio è quello
di deviazione graduata che
non riguarda le misure d’intelligenza, ma isola i casi in cui il livello di
prestazione è pari a quello di un livello di prestazione di un bambino di età
inferiore del soggetto preso in considerazione.
Gli
altri due criteri confrontano il livello intellettivo generale, con il punteggio relativo alla capacità di apprendimento di
un’abilità specifica. La differenza tra i due criteri è determinata dal metodo
quantitativo prescelto: uno si riferisce alle differenze riscontrate in base a
una scala di centili, l’altro si riferisce a differenze fra punteggi
standardizzati.
L’applicazione
del concetto di discrepanza rappresenta un primo criterio, ma non è il metodo
per l’individuazione della presenza di un eventuale disturbo.
La
formulazione di una diagnosi di Disturbo Specifico dell’Apprendimento non può
essere condotta sulla base della semplice constatazione di un basso rendimento
scolastico, né tantomeno sui punteggi relativi alle sottoscale dei test
d’intelligenza, infatti le condizioni che determinano un basso rendimento sono
diverse come il Disturbo Centrale della Comunicazione, l’ADHD, la perdita della
vista e dell’udito.
Dalla
diagnosi di Disturbi Specifici dell’Apprendimento vanno esclusi handicap
fisici, psichici, sensoriali, ma sono invece sempre da considerare come
disturbi associati i disturbi emotivi,
lo svantaggio socio-culturale, l’ iperattività e i disturbi
dell’attenzione.
Quando
parliamo di diagnosi dobbiamo riferirci al DSM che classifica i disturbi in :
·
disturbo della lettura,
·
dell’espressione scritta
·
del calcolo
·
Tutti gli altri disturbi che non
soddisfano nessuno dei
criteri dei
disturbi sopra elencati rientrano nei Disturbi
dell’Apprendimento Non Altrimenti Specificati.
L’applicazione
della metacognizione a questo tipo di disturbi permette al bambino di
appropriarsi di una competenza fondata sulla conoscenza delle proprie abilità e
sul
funzionamento
della mente.
Nei
bambini con DSA sarebbe deficitaria la consapevolezza dei propri strumenti
cognitivi infatti le prestazioni di questi bambini cadono proprio sui compiti
di Memoria (a Breve e a Lungo Termine e su quella di Lavoro) e nei compiti in
cui è
necessario
l’elaborazione dell’informazione visiva e/o linguistica .
Prendiamo
in considerazione il Disturbo della Lettura.
La
caratteristica fondamentale del Disturbo di Lettura secondo il DSM è data dal
fatto che il livello di capacità di leggere raggiunto in termini di precisione, velocità,
comprensione della lettura si situa al di sotto di quanto ci si
aspetterebbe data l’età cronologica del
soggetto, la valutazione psicometria dell’intelligenza e un’istruzione adeguata
all’età.
Innanzitutto
c’è da chiarire che il Disturbo della lettura va messo in relazione al disturbo
dell’Espressione Scritta, essendo le due aree chiaramente interferenti.Possiamo
considerare 4 stadi che intervengono e interferiscono sulla capacità di leggere e scrivere secondo
il modello di Frith:
|
STADIO
LOGOGRAFICO/IDEOGRAFICO |
|
STADIO
ALFABETICO |
|
STADIO
ORTOGRAFICO |
|
STADIO
LESSICALE |
Nello
stadio logografico il bambino può
riconoscere istantaneamente parole familiari, forse usando le caratteristiche
grafiche sapendo che in questo stadio l’ordine delle lettere è largamente
ignorato e la fonologia è recuperata solo dopo che la parola è identificata.Il
bambino rifiuterà di rispondere a parole non familiari presentate isolatamente
e userà una competenza pragmatica per indovinare parole non familiari
incontrate in un contesto.
Nello
stadio alfabetico il bambino impara a riconoscere e ad applicare le regole di
conversione fonema – grafema. L’approccio alla scrittura e alla lettura non è
più globale,ma diventa un approccio sistematico con un ruolo attribuito alla fonologia e all’ordine delle
lettere.Attraverso questa strategia impara a scrivere parole nuove e non
parole.
Nello
stadio ortografico si impara a riconoscere ed applicare le regole di
conversione fonema-grafema a parti delle sillabe, dei morfemi, è la fase che
permette l’analisi della parola in unità ortografiche riferite a fattori
morfologici.
Nello
stadio lessicale le parole sono riconosciute e scritte in maniera globale,senza
una ricodificazione fonologica.
Per
quanto riguarda la scrittura la difficoltà si manifesta nella composizione di
testi scritti con errori grammaticali o di punteggiatura,scadente
nell’organizzazione in capoversi,errori multipli di compitazione (disortografia
e calligrafia deficitaria).
Gli
errori più frequenti sono stati classificati in:
|
1) ERRORI
FONOLOGICI |
Omissioni o aggiunta di lettere e
sillabe |
|
Scambio di grafemi :
Discriminazione tra F/V, D/T, P/B, CE/GE, CI/GI Digrammi e
trigrammi: GN, SCI- SCE, GLI, CHI-CHE. |
|
|
Inversioni |
|
|
2) ERRORI
NON FONOLOGICI |
Separazioni e fusioni illegali Uso
dell’ H Scambio
di grafema omofono –non omofono |
|
3)
ALTRI ERRORI |
- Raddoppiamenti -Accenti |
Tresoldi-Cornoldi ( 1991)
In
questo tipo di disturbo c’è da considerare le relazione tra sistema
semantico,corrispondenza lessicale e significato fonologico, tra il sistema di
conversione grafema–fonema e il grado di complessità con cui è rappresentata la
lingua scritta (consonante -vocale,la struttura
e il numero di stringhe di lettere).Su questi aspetti si strutturano le
dislessie e le disortografie.
Negli
errori di lettura si assiste a una
costante dissociazione tra strategie di previsione semantica e fonologica, ad
esempio gli errori su quest ‘ ultima strategia possono mostrarsi nella
confusione tra parole e parole che non esistono.Altri errori possono essere
quelli che non hanno nessun rapporto con il contesto che si sta leggendo o che
appartengono allo stesso campo semantico.
Non
esistono dati che mettano direttamente in correlazione competenze metacognitive
e difficoltà di lettura/scrittura ma in letteratura possiamo attingere ad una
serie di studi molto interessanti.
L’uso
del linguaggio metaforico è centrale per capire come lavora la metacognizione
su questi processi e in questo tipo di
disturbi e l’uso .
Le
metafore possono essere suddivise in metafore sensoriali che sono
costruite sull’esperienza percettiva e che possono essere comprese dai 5 anni e
metafore che sono costruite su aspetti psicologici degli oggetti e che
iniziano ad essere comprese già a 8 anni.
I
bambini con DSA rimangono ancorati al senso letterale della metafora rimanendo
al significato fisico invece che a quello astratto.
Anche quando il bambino si trova di fronte a
compiti di Problem Solving le abilità generali non sono completamente
deficitarie ma si differenziano dai
coetanei relativamente al numero dei passaggi logici e nelle strategie da
adottare per finire il compito , non è
in grado di pianificare e monitorare esperienze passate col fine di usarle per
un nuovo compito.
L’altro
disturbo da considerare è la Discalculia: il Disturbo del Calcolo.
Secondo
il DSM la caratteristica principale del Disturbo del Calcolo è una capacità di
calcolo misurata con test standardizzati individualmente sul calcolo e sul ragionamento matematico che si situa
sostanzialmente al di sotto di quanto previsto
in
base all’età cronologica del soggetto,alla valutazione psicometria
dell’intelligenza e a un’istruzione adeguata all’età.
L‘ etimologia del termine “dis” (dal greco: duV) significa letteralmente male, quindi potremmo definire la discalculia non
tanto come un ‘incapacità a comprendere e produrre i numeri ma a farlo “ male
“.
Per
la produzione del calcolo intervengono capacità che non si riferiscono
solamente alla matematica ma che comprendono anche la lettura e la scrittura.
Queste sono: le capacità linguistiche,
come comprendere o nominare i termini delle operazioni, i concetti matematici,
decodificare i problemi scritti e i simboli matematici , le capacità
percettive come riconoscere e/o leggere i simboli numerici o i segni
aritmetici o raggruppare oggetti in gruppo, le capacità attentive per
esempio copiare attentamente i numeri o le figure e le capacità
matematiche che consentono sequenze di passaggi matematici come l’imparare
le tabelline.
Nella
soluzione dei problemi il disturbo si manifesta in vari tipi.
Il
bambino può avere difficoltà per il formato specifico dal punto di vista
linguistico del testo del problema per la brevità del testo, la limitata
ridondanza, la particolare forma sintattica che
ne rendono difficile la comprensione.
Per
chiarire come si manifesta il disturbo
si può citare il modello di Bransford e Stein che chiarisce il ruolo delle
operazioni metacognitive nella soluzione di un problema definito su una sequenza che si ripete ciclicamente:
1.
Identificazione del problema-occorre
rendersi conto che una certa situazione contiene un problema.
2.
Definizione e rappresentazione del
problema –il passaggio
dalla struttura superficiale (struttura
linguistica) a quella
profonda (struttura logica matematica)
rappresentando le
relazioni logiche tra i diversi dati
3.
Pianificazione di una strategia- che
implica fasi di analisi
(scomposizione del problema in parti
diverse ed
elaborazione di diverse alternative di
soluzioni ) e di sintesi
(ricomposizione
dei pensieri in un ordine).
Gli
errori possono riguardare i processi di comprensione e produzione, interessando sia l’elaborazione
delle cifre prese singolarmente, come la sostituzione di una cifra all’interno
di un numero, per esempio 117 invece di 127, che la struttura del numero
esempio 172 invece di 1072.
Altri
errori possono risultare dalla
compromissione dei processi relativi al calcolo con deficit d’identificazione
dei segni matematici, errori nelle procedure di calcolo anche
nell’incolonnamento delle cifre e una generale lentezza dovuta anche alla
portata ridotta del magazzino dei fatti aritmetici.
Da
un punto di vista della riabilitazione e di un intervento metacognitivo, possibile classificare le tecniche
riabilitative in base all’oggetto del trattamento e
alle
modalità con cui esso viene applicato.
Possiamo
distinguere il trattamento sulla prestazione deficitaria o sulle sue
componenti, da quello sulle abilità di base e sul controllo degli automatismi e
la loro integrazione strategica nei comportamenti finalizzati.
Le
ricerche più recenti hanno messa in evidenza l’elevata difficoltà rappresentata
dagli errori ortografici tra gli alunni in età scolare e la loro persistenza anche
dopo la scuola dell’obbligo;spesso bambini con DSA diventano adolescenti che
apprendono passivamente, per i quali l’insegnamento di strategie attive può
rivelarsi particolarmente utile (Cornoldi).
Ma
è stato dimostrato che spesso il bambino che sbaglia ad usare l’H conosce bene
quali sono i casi che ne richiamano l’utilizzo ed è in grado di ripeterla a
memoria ma tuttavia richiede sempre :- “Ci andrà l’H oppure no ?”
Questo accade anche nel bambino con Disturbi
Specifici dell’Apprendimento, che pur possedendo le risposte non è in grado di
organizzare le domande da farsi per giungere alla decisione.
E’
solo acquisendo la consapevolezza delle modalità operative e dei propri processi
di pensiero che si riesce a regolare e a influenzare le proprie abilità
cognitive, a scegliere strategie di
soluzioni dei compiti, a controllare la correttezza di
applicazione
e l’efficacia. Va molto considerato l’uso
delle autoistruzioni o dei diagrammi di flusso come sequenze di
operazioni organizzate da memorizzare e da seguire.
La
plasticità dell’intervento metacognitivo ha permesso l’uso del software usato
come strumento di riabilitazione in questo tipo di disturbi, con programmi che permettono di costruire esercitazioni molto specifiche e
di monitorare con esattezza i risultati.
L’intervento
metacognitivo nei Disturbi Specifici dell’Apprendimento è quello mirato alle
strategie cognitive che il soggetto non usa e non consentirebbe la presenza di
consapevolezza e controllo sull’attività cognitiva qualora il compito lo
richieda, ostacolando l’utilizzo di strategie specifiche al superamento della
difficoltà.
Spesso
l’intervento riabilitativo è mirato ad automatizzare i processi per migliorare
la prestazione del sistema, anche se questo è danneggiato.
Un
modello metacognitivo innovativo su questo tipo di disturbi è quello di Dweck,
Licht e collaboratori che hanno sfruttato le teorie implicite dell’intelligenza
possedute dai bambini indagando due quadri di comportamento.
Il
primo quadro è quello di bambini che
hanno una visione dell’intelligenza come qualità da sviluppare e aumentare , che sono più motivati e strategici
sui compiti.
Nel
secondo quadro l’intelligenza è immaginata come quantità immutabile e questo
gruppo di bambini si sente poco dotato, poco intelligente: ’unico obiettivo del
compito diventa evitare la figuraccia e
di volta in volta questo sarà il meccanismo che il bambino rinforzerà nel
compito.
Si pone quindi l’esigenza di programmare interventi
metacognitivi che prendano in considerazione tutte le diverse variabili
associate ai Disturbi Specifici dell’Apprendimento considerando il disturbo in
una prospettiva multidimensionale.
A riguardo possiamo soffermarci sull’osservazione di Soresi
che riporta agli aspetti relazionali associati ai Disturbi Specifici
dell’Apprendimento che non consentirebbe all’individuo piena consapevolezza
delle strategie più appropriate e poco sofisticate nel contesto sociale in cui si trova.
BIBLIOGRAFIA
1) American Psychiatric Diagnostic and Statistical Manual
of Mental Disorder, DSM IV , Whashinton , D.C.:American Psychiatric
Association; 1994
2) Bransford
e Stein in De Beni e all. 2001Psicologia cognitiva
dell’apprendimento.Ericson,Trento(2001)
3) Brown,
Flavell, Wellman in Del Miglio Manuale di Psicologia Generale,Il Mulino 1997
4) Cornoldi
C.,Caponi B.,Memoria e Metacognizione,Edizioni Centro Studi Ericson, Firenze
5) Cornoldi
C., Metacognizione e apprendimento
6) De Beni
R.,Pazzaglia F.(1991),”Lettura e Metacognizione” Edizioni Centro Studi
Ericson,Trento.
7) Dweck,Licht
in “Come determinano il comportamento cognitivo di soggetti con e senza DA”,in
Lo russo M.L.,Università di Padova,Nucleo Monotematico
.
8) Frith U.
in Tresoldi P.,Cornoldi C.,Materiali del 3° Convegno –2001 “Qualità
dell’integrazione nella scuola e nella società”.Edizioni Centro Studi
Ericson,Trento
9) Miller
,Galanter,Pribram,In Del Miglio Manuale di Psicologia Generale, Il Mulino 1997
10) Psicologia
dell’handicap e della riabilitazione,Zanobini M., Usai M. C.,Franco Angeli
,2000.
11) Soresi in
Psicologia dell’handicap e della riabilitazione,Zanobini M., Usai M. C.,Franco
Angeli ,2000.